LOCARNO - Un film crudo, che non ha paura di mostrarsi nel suo catastrofismo senza eroi, di portare la politica e i suoi temi sul grande schermo, a smentire chi dice che i giovani non si interessano di politica."Heimaland" (unico film elvetico nel Concorso internazionale), una pellicola che farà discutere, è l'opera di dieci registi, tutti svizzeri, apparsi in conferenza stampa quasi intimiditi ma decisi a far passare il loro messaggio: la Svizzera deve abbandonare l'isolazionismo e aprirsi al mondo. Solo così - si prefigge di dire il film - il nostro paese potrà salvarsi e non soffocare.La storia è di per sé semplice: una nube minacciosa e grigia, scientificamente non spiegabile, minaccia la sola Svizzera. Un vero e proprio "disaster movie" al sapore di rösti e raclette, con un chiaro messaggio di fondo. Ognuno reagisce in modo diverso al nuvolone, c'è chi fugge e si mette in strada con ogni mezzo, riproducendo le carovane di profughi che affollano quotidianamente i telegiornali, e chi resta. Si vede anche chi sceglie di non nasconsersi nei rifugi, per paura che gli stranieri saccheggino quanto rimasto.A colpire però sono i singoli personaggi: figure tristi, spesso separate l'una dall'altra, vibranti di rabbia repressa. «Non si vede solo l'isolazionismo della nostra nazione, ma anche quello della gente, ormai incapace di comunicare e interagire», spiegano i registi.Gli autori, per loro stessa ammissione, sanno di aver prodotto qualcosa di «coraggioso, che segue la tradizione dei film che parlano del proprio paese. Non vogliamo criticare o condannare nessuno bensì creare un manifesto introspettivo, perché siamo parte del problema». Interessati alla reazione del pubblico, i dieci registi auspicano una riflessione indiretta sul tema stranieri e accoglienza.Il film si prende gioco della Svizzera ricca, mostrando una riunione d'emergenza per la salvezza del paese, intesa però non come salvaguardia dell'incolumità delle persone ma della lobby: la nube può essere una punizione per i crimini rossocrociati, su tutti l'aver respinto gli ebrei alle frontiere durante la seconda guerra mondiale e di incassare il denaro di economie sfruttatrici di bambini.Alla fine, a salvarsi è una famiglia classica, composta da padre, madre e due figli piccoli, i quali riescono a lasciare la Svizzera grazie al passaporto jugoslavo. L'UE chiude senza remore le porte («ciò che accadrà se si continua così», constatano i registi), lasciando il popolo bisognoso di aiuto in balia degli eventi, una critica sia alla politica nazionale che a quella europea.«Non è stato facile lavorare tutti insieme», concludono gli autori. «Cercavamo storie grottesche nella loro violenza, come la vita». Fra i dieci registi nessun ticinese, questo «solo perché nessuna storia partita dal vostro cantone ci pareva giusta per il nostro contesto».Il film, va precisato, non è una risposta al 9 febbraio, la sua realizzazione è iniziata ben prima. Ma il dibattito è lanciato… .