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Quelli che vogliono mettere il Pardo in gabbia
Dalle camere ai politici ai pretestuosi strali di Mésoniat
LOCARNO – Sono ben lontani i tempi dove la polemica se la giocavano tutta l’allora direttore artistico Marco Müller e il presidentissimo Raimondo Rezzonico, fra dimissioni annunciate e ritirate, un copione quasi cinematografico che reggeva la suspense per tutta la durata del Festival.Ora la musica è ben diversa. Il Pardo non è più in crisi come una decina d’anni fa e Locarno è più ruggente che mai. Aumentano dunque gli appetiti, di chi vorrebbe una fetta della torta, di chi un po’ di visibilità o di chi ancora vorrebbe orientare in un modo o nell’altro le scelte artistiche.Nelle precedenti edizioni, il mattatore è stato il capogruppo pipidino, Fiorenzo Dadò, scagliatosi un anno contro gli zombie, un altro contro il brigatista ospite del Festival. Quest’anno pare si sia ritirato sulla montagna, ma altri hanno preso in fretta il suo posto.Si parte con lo “scandalo” delle camere offerte ad alcuni politici d’oltralpe, una polemica – guarda caso – partita dalle rive della Limmat, con il suo festival cinematografico ingolosito dal prestigio e soprattutto dal budget di Locarno. Ci sono poi le critiche sulle scelte operate dal Festival, come quella di ospitare Israele nella sezione “First Look”, «una vetrina per uno Stato che pratica l’apartheid», non tanto sui film, quanto piuttosto una critica di fondo su una collaborazione con un’istituzione legata allo Stato ebraico, che – sostengono i firmatari dell’appello – promuoverebbe unicamente delle pellicole che non mettano in cattiva luce Tel Aviv.Da altri ambienti viene invece la critica per l’esclusione di “Noun”, della regista svizzera Aida Schläpfer, la quale, proprio grazie all’estromissione, è riuscita a mettersi in luce più che con una proiezione in prima serata in Piazza Grande, promuovendo oltre misura il suo documentario sui cristiani vittime dell’estremismo islamico in Iraq. Il condirettore del Corriere del Ticino, Fabio Pontiggia, oltre a mettere con ironia nella gabbia del pardo alcune personalità, si esprime seriamente su questa pellicola, che non può essere considerata un’opera d’arte, «per questo non vediamo nella selezione negativa operata dalla Direzione del Festival una decisione scandalosa o insostenibile. Tantomeno un atto autoritario di supponente censura ideologica o dogmaticamente laicistica». La pensa diversamente il direttore del Giornale del Popolo, Claudio Mésoniat, lanciatosi in una “crociata”, cogliendo pure a pretesto l’esclusione da una conferenza stampa per lanciare strali, francamente poco sostenibili, con tutto il codazzo di esponenti politici che rilanciano.Il Festival, dal canto suo, fa spallucce e cerca di non alimentare le polemiche. In questi giorni cocenti di Festival, abbiamo sentito però Marco Solari ribadire spesso l’importanza della libertà artistica, in risposta alle pressioni e alle polemiche sempre più insistenti. Il Pardo ruggisce vigoroso, siamo sicuri che sia buona cosa volerlo mettere in gabbia?
magi
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