LOCARNO - Bulle Ogier, nell’incontro odierno col pubblico, è entrata in punta di piedi. «Credevo non sarebbe venuto nessuno… a quest’ora ci sono altre cose interessanti da fare», ha sospirato con l’aria modesta con cui affermerà che «avevo l’impressione di non aver fatto nulla nella mia vita, invece ricevendo il Premio alla Carriera ieri sera mi sono resa conto che due o tre cose buone le ho fatte pure io».Ha dato l’impressione di essere più avvezza a recitare la parte scritta per lei da qualcun altro che a raccontare di sé, anche se nella sua lunga carriera, che lei preferisce chiamare vita, l’improvvisazione ha avuto ampio spazio. È approdata al cinema per «evadere dal mio ambiente, costituito soprattutto da musica e pittura. Mi sposai giovanissima e altrettanto giovane divorziai, e per mantenermi dovevo lavorare, tutte occupazioni noiose». Ha iniziato dunque a imparare a recitare al Centro Americano, «in modo diverso rispetto alle convenzioni che resistevano da decenni. Marc’O voleva attori più creativi, non al servizio del testo ma che vi partecipassero». Un’esperienza collettiva, quella del Centro Americano, che durava 24 ore al giorno e comprendeva anche sedute psicosociologiche alla sera. «Con lui recitai in “Les Idoles”, rappresentazione di quei personaggi che si vedono a tutti i festival credendosi divinità. Come Paris Hilton, per esempio: non c’è qui a Locarno? Ottimo!».Ha poi lavorato con Jacques Rivette. «Su di lui ci tengo ad affermare che non è affatto quel regista che sfrutta gli attori come viene definito».[nggallery id=19 images=99]Un’altra figura fondamentale per questa attrice che avrebbe voglia di «recitare in un film commerciale americano, anche se non so se ne sono capace», è stata Marguerite Duras. «Per lei erano importanti le parole, le misurava, le aggiungeva e le toglieva. Appresi a dirle nel modo più profondo e reale pur essendo recitate, in modo ludico e provocatorio». Beauvois le ha fatto da assistente quando aveva 17 anni, ed aveva promesso che, se avesse fatto un film, sarebbe stato con lei. E così è stato, mentre Bondy «lavorava con lo spazio ma anche con elementi più triviali» e Fassbinder «metteva in competizione gli attori uomini per ricavarne il meglio; parlava solo tedesco, e io non capivo nulla!». Secondo Ogier, «ogni personaggio parla un po’ di sé stessi. Prima partivo da quello che avevo dentro per costruirlo, ora mi diverto a comporre, perché mi assegnano ruoli molto diversi da come sono io». La donna malata di Alzheimer, per esempio, o una che sta per morire, «ruolo che non so se accetterò, troppo triste»: e come vive lo scorrere del tempo, incubo di molti attori? «Si cambia, ma va accettato. L’alternativa è smettere a 35 anni». Ciò che non ha deciso di fare, continuando a recitare, «senza scostarmi tanto dagli inizi». Ed anche se ha dichiarato candidamente che «il passato si dimentica se non se ne parla spesso», ne è valsa sicuramente la pena.