EURO2016 - Questo era il titolo apparso sul Mattino nel 2007, “troppi neri in nazionale”, suscitando lo sdegno persino di Borradori. La folta presenza di giocatori di origine straniera nella nazionale elvetica a taluni fa storcere il naso, mentre altri plaudono al successo dell’integrazione. Come il ministro Manuele Bertoli, che due anni fa, prima dei Mondiali, leggendo «l’elenco dei nostri alfieri» si diceva emozionato per «il successo dell’incontro tra le genti, dei percorsi felici e arricchenti di famiglie di origini lontane tra di loro che hanno saputo viaggiare, fuori e dentro di sé, aprendosi al mondo. Mettendosi in gioco. Affrontando fatiche e difficoltà. Sapendosi inserire in realtà anche profondamente diverse cui hanno voluto e saputo dare il loro apporto».
In realtà, la folta presenza di giocatori con cognomi non tradizionalmente elvetici non rappresenta la società svizzera, e - anzi - potrebbe testimoniare l’insuccesso delle politiche di integrazione. Perché un adolescente talentuoso, sia nel calcio sia in qualsiasi altro sport, confrontato con la scelta se tentare la strada del professionismo, spesso alla fine opta per il prosieguo degli studi. Non tutti diventano dei grandi campioni, il rischio è quello di militare in squadre di secondo piano, con uno stipendio tutto sommato modesto (infortuni permettendo), e ritrovarsi alla soglia dei trent’anni senza una formazione e senza un futuro. Un rischio, questo, che corrono in misura maggiore i figli degli immigrati, che vedono nello sport l’unica via per tentare un proprio riscatto.
Dobbiamo essere quindi ancor più grati a quei giocatori con la maglia rossocrociata che (si spera) ci faranno gioire, perché – abbiano essi origini straniere o meno – il loro successo sui campi di calcio è il frutto di grandi sacrifici.