SPORT
Giancarlo Dionisio, «le mie olimpiadi di melassa e storie straordinarie. Ma a Rio resteranno soprattutto i debiti»
Il giornalista rivive i giochi, tra i sorrisi dei brasiliani e gli impianti vicino alla favelas. «I quattro canottiere sono straordinari, metto gli oro di Cancellara e Schurter sulle stesso piano. Heidi imbarazzata...»
BELLINZONA - Una chiacchierata che si prolunga e tocca amicizia, rapporti lavorativi, giornalismo, sport: una degna e piacevole conclusione, in fondo, del discorso iniziale. Le olimpiadi dovrebbero racchiudere tutto questo: valori, sport, nazionalismo, allegria. Il giornalista della RSI Giancarlo Dionisio ci racconta come ha vissuto la kermesse a cinque cerchi di Rio.
Che esperienza è stata?
«In termini assoluti un'olimpiade è sempre un fenomeno interessante, anche se è un po' ruffiano. Si parte con l'intenzione di essere graffianti e raccontare le cose come stanno, con le contraddizioni in ambito sportivo e ambientale, poi si viene invischiati in questo clima di melassa. Tutto è bello, tutti sono buoni, tutti si vogliono bene, anche se poi un atleta egiziano si rifiuta di stringere la mano a uno israeliano, e si resta un po' narcotizzati. In termini specifici rispetto ad altre olimpiadi, è stata la più faticosa, non per il lavoro ma perché si percepiva una grossa disorganizzazione. I brasiliani hanno fatti grandi sacrifici, infatti ci sono state alcune proteste, penso fuori da Maracanà o a gruppi cristiani che si opponevano ai giochi. Dovranno pagare per me un forte pedaggio per i mondiali e le olimpiadi in due anni, e non capisco le due assegnazioni così vicini».
Che cosa resterà a Rio dei giochi olimpici?
«Resteranno soprattutto i debiti. In particolare, per le infrastrutture. Penso allo stadio olimpico di Londra, che poi sarebbe diventato quello del West Ham. Invece qui era decentrato dal cuore dei giochi, vicino a delle favelas, tanto è vero che i colleghi che si occupavano di atletica venivano trasportati e accompagnati con un pulmino. A cosa servirà poi questo stadio? E quelli della ginnastica, del basket eccetera non mi hanno dato l'impressione della modularità: a Londra hanno costruito, poniamo, a dimensione 10, con la possibilità di smontare e di rimontare a dimensione 5 da un'altra parte. A Rio ho visto tanto cemento, costruzioni stabili. Lo stesso si può dire per la pista di mountain bike o di bmx, a tre quarti d'ora fuori dalla città, in un contesto di favelas. Le gare, infatti, erano presidiate dall'esercito coi mitra. E pensano di aver visto tutto a Sochi...»
Quali sono i momenti sportivi che ricorderemo?
«A livello svizzero, personalmente, l'aver raccontato l'ultima grande gara di Cancellara (con lui in foto) è un motivo di soddisfazione, così come il primo oro di Schurter, urlare e cantare il suo oro è stato un orgoglio. Come tipo di impresa li metterei sullo stesso piano, Cancellara lo seguo da quando era campione europeo juniores e dunque l'ho vissuto con coinvolgimento emotivo maggiore. In termini generali, i due grandi personaggi sono stati Phelps e Bolt: hanno polarizzato l'attenzione di tv, media locali e gente. Per le loro finali, per esempio, serviva un ticket supplementare.
Poi ci sono le storie particolari che restano nel cuore, vero?
«Ero in sala a vedere le finali di taekwondo e c'era la finale tra un inglese, favoritissimo, e l'ivoriano Cheick Sallah Junior Cisse, adottato dal pubblico, che lo incitato dall'inizio alla fine. A un secondo dal termine, l'inglese, favorito e in vantaggio, invece di fare un passo indietro è rimasto lì, l'altro gli ha fatto il colpo giusto e ha ribaltato tutto. È stato il delirio, con il primo oro per la Costa D'Avorio, il ragazzo che saltava e piangeva, il pubblico felice. Oppure penso alla lottatrice giapponese, Kaori Icho, che aveva vinto a 20 anni la prima medaglia, e a tre secondi dalla fine ha vinto la quarta medaglia rimontando su una russa. Sono storie legate a sportivi di cui non si parla mai. Un alto bell'episodio è quello della tiratrice svizzera Heidi Diethelm Gerber che a 47 anni ha vinto la prima medaglia, si vedeva che era imbarazzata! A 43 anni ha partecipato per la prima volta alle olimpiadi, ora ha vinto. Mi è capitato anche di intervistare i quattro canottieri, uno sport che non conoscevo. Ho scoperto quattro persone straordinarie, ragazzi che hanno studiato all'università, che sanno riflettere sulla vita, sul loro sport, sul loro futuro».
Nel villaggio olimpico c'è davvero un clima di amicizia di cui si magnifica?
«Premesso che per noi giornalisti il villaggio è off limits dall'attacco del 1972 a Monaco di Baviera, c'è solo un'area neutra in cui possiamo svolgere delle interviste, mentre per entrare nel vero villaggio c'è un momento in cui la delegazione invita per andare a realizzare un reportage. Si sente di tutto, della vendita esponenziale di preservativi, dove pare che facciano l'amore tutto il tempo, oppure di fratellanza, storie di big. Federer nella scora edizione era tra i più richiesti per le foto e i selfie. Che sia vera amicizia e non la melassa di cui parlavo non saprei. Sono comunque convinto che ci sia un clima che ti risucchia, i volontari ci mettono del loro, essendo istruiti per elargire abbracci, sorrisi e simpatia dalla mattina alla sera, con molti giovani soprattutto brasiliani. C'è un clima di "siamo tutti amici e siamo tutti uguali"... poi, vabbè... il giorno dopo la fine dei giochi di Sochi la Russia invase l'Ucraina».
Ha colpito la scena di atleti, ex dopati, fischiati dal pubblico (e criticati dagli avversari), cosa ne pensa?
«Vengo purtroppo da un ambiente, come quello del ciclismo, che ha vissuto un periodo di scandalo. Il pubblico ha dato una seconda chance a chi ha pagato, per esempio a Valverde, che è stato beccato con le mani nella marmellata, ha pagato ed è tornato a vincere, vedendosi riconosciuti classe e impegno. Altri sport, come nuoto, sci, atletica, hockey da noi, non sono mai state confrontate col fenomeno doping, con regimi molto più approssimativi rispetto al ciclismo. Dunque gli ex dopati sono visti come traditori, e il pubblico non perdona. A livello di pubblico, se posso aggiungere qualcosa, ho adorato i brasiliani, che nonostante una criminalità dilagante, sono dei tesori. Suona una musica, tu accenni due passi di danza perché trascina e loro subito fanno festa. Non mi è piaciuto però il tifo contro, il fatto di fischiare gli avversari. Per loro probabilmente è normale ed è fatto senza cattiveria, ma... ricordo l'atleta francese nel salto in alto subissato di fischi, anche sul podio quando era terminato secondo dopo l'atleta di casa».
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