Cronaca
28.03.2020 - 10:000

Il punto di Franco Denti: "Con i checkpoint aumenterà il numero dei positivi. Il voto all'Ufficio federale della sanità è 2"

oronavirus in Ticino, conversazione a tutto campo con il presidente dell'Ordine dei medici: "La curva rallenta, ma non abbastanza. Speriamo di aver preso in tempo le misure restrittive"

di Andrea Leoni

Da mercoledì sono operativi quattro 'checkpoint' - Mendrisio, Lugano, Giubiasco e Agno - dedicati ai pazienti Covid19. Questi centri, nati da un’idea del presidente dell’Ordine dei medici Franco Denti, sono stati stati allestiti per facilitare la diagnosi da Coronavirus e la successiva presa a carico dei pazienti infetti. Vi ci si può recare solo su indicazione del medico di famiglia o di altri istituzioni sanitarie (medico cantonale, pronto soccorso, hotline, etc).

Franco Denti, cominciamo da qui. Molti medici ritengono che sia necessario eseguire molti più tamponi in Ticino. Lei è tra questi? E i nuovi checkpoint faciliteranno questo processo?

“Io sono sicuramente dalla parte dei medici che chiedono più tamponi. Però non per le persone sane, per chi non presenta sintomi. Noi seguiamo le direttive che ci arrivano dall’Ufficio del medico cantonale e dall’Ufficio federale della sanità. Poi è chiaro che c’è un margine di apprezzamento da parte del medico, legato alla sua esperienza”.

Immagina dunque un aumento dei casi positivi dopo l’apertura dei checkpoint?

“Sì. Ma essere positivi, va precisato, non vuole dire per forza andare in ospedale o in cure intense. Se aumenteranno le positività, significa che avremo raggiunto lo scopo d’individuare quanti più pazienti possibili, riuscendo a metterli in autoquarantena e, dove necessario, iniziare una terapia farmacologica che si sta vieppiù proponendo. L'obbiettivo è che meno gente possibile vada in ospedale, in modo da fare respirare il sistema”

Di cosa si tratta?

“Se prima eravamo al paracetamolo, adesso abbiamo dei medicamenti che potrebbero esserci d’aiuto. C’è addirittura un antibiotico. Il che sembra un paradosso trattandosi di un virus e non di un battere”.

Si tratta di una cura o di un sostegno farmacologico per affrontare meglio la malattia?

“Parliamo di qualcosa che potrebbe aiutarci ad evitare le complicazioni. Ma va sottolineato che si tratta ancora di terapie sperimentali”

Parliamo delle quarantene. Prima 10 giorni, poi 5, ora di nuovo 10. In altri Paesi tassativamente 14. Questo ha creato grande disorientamento e sconcerto nell’opinione pubblica e anche nel personale sanitario.

“Io sono per i 14 giorni, l’ho sempre detto, e applico questo principio con i miei pazienti. Devo essere onesto totalmente: l’Ufficio federale della sanità, che fornisce queste indicazioni, in questa pandemia si è dimostrato non all’altezza della situazione. Lo dico osservando anche quello che ancora non stanno facendo in questi giorni per l’intero Paese. Voto 2”.

Nei primi giorni della settimana la curva dei contagi è sembrata timidamente rallentare. Cominciamo a intravvedere i primi frutti delle misure introdotte dal Consiglio di Stato?

“Indubbiamente stanno dando i primi frutti, ma la curva decresce ancora troppo lentamente. Stiamo frenando, ma non abbastanza. Però abbiamo avuto due pacchetti di misure da parte del Governo, che ringrazio per il coraggio. Oggi vediamo i risultati del primo pacchetto, quello della chiusura parziale. Ora abbiamo qualche giorno per osservare i risultati del secondo, quello della chiusura totale. Speriamo in una frenata più netta”.

La speranza è di averle introdotte per tempo.

"Io le ho chieste due settimane prima dell’introduzione. Mi auguro che siano state comunque prese in tempo. Ma per ora rimane un auspicio”.

In molti si chiedono se sarebbe utile una mappatura dei contagi per comune, come avviene in Italia.

“Io ho fatto questa richiesta in diversi gremi ai quali partecipo e mi è stato detto che non è possibile mappare i comuni, per mancanza di mezzi. Comunque sarebbe utilissima una mappatura di questo genere perché potremmo, come avvenuto in Italia, individuare e sigillare quei comuni dove si registra un tasso più alto di positivi”.

Parliamo di presa a carico dei pazienti. In molti vedono ancora oggi le terapie intensive come un elemento di cura della malattia. Non è così. Spieghiamo il perché.

“Quando intubiamo un paziente cerchiamo semplicemente di ridurre i danni polmonari, che sono gravissimi, affinché ritorni la funzione respiratoria. Va anche aggiunto che dopo una polmonite intestiziale, la funzione polmonare è difficile che torni ad essere quella di prima. Ci sono danni permanenti”.

Un suo collega, dopo aver curato alcuni pazienti, mi detto: in trent’anni non ho mai visto niente del genere e non capisco come qualcuno abbia potuto scambiarla per un’influenza.

“Effettivamente sono dei quadri radiologici impressionanti, mai visti. Conosciamo le polmoniti, ma questa è un’altra storia. L’infezione può peggiorare rapidamente, nel giro di 24 ore, producendo danni devastanti. Il consiglio è davvero quello di evitare in ogni modo il Covid19. State a casa!”

Un altro punto importante da spiegare è quello legato ai decessi. Spesso si dice: era anziano, aveva malattie croniche….Allora facciamo un esempio: una signora 70enne con il diabete, tra i maggiori fattori di rischi. Se contraesse il Coronavirus, questa rischierebbe di morire. Se non lo prende, potrebbe campare altri dieci anni. È corretto?

“Sicuramente, certo. Ha perfettamente ragione. Ci sono anziani molto più sani biologicamente di certe persone di mezza età. Questo virus fa delle intenzioni polmonari devastanti e rapidissime. Una roba fuori di testa! Per questo dobbiamo prestare molta, ma molta, attenzione e, lo ripeterò fino allo sfinimento, state a casa”.

Qual è la situazione nelle case per anziani?

“Non abbiamo dei dati precisi per le case per anziani. Sappiamo che ce ne sono alcune più colpite”.

Queste persone, se contraggono il virus, vengono curate?

“Le curiamo. Evidentemente bisogna fare una valutazione dolorosa sull’aspettativa di vita”.

Potrebbe accadere anche nei nostri ospedali di dover fare queste valutazioni dolorose?

“Spero di no ma non si può escludere”.

Come state preparando i medici a questa eventualità?

“Abbiamo implementato una hotline di supporto psicologico per il personale sanitario, grazie all'aiuto dei nostri colleghi psichiatri e psicologi. È una cosa utilissima che abbiamo fatto in Ticino”

Chiudiamo con un po’ di speranza, provando a tracciare qualche linea d’orizzonte sulla fine di quest’incubo.

“Prima o poi questa storia del Covid19, così come si presenta oggi, finirà. Questo lo sappiamo, è la storia di tutte le pandemie. Io resto fiducioso che a giugno possa esserci un cambio di rotta”.

Spera nel fattore caldo?

“Ci spero, anche con qualche convincimento. Ma non abbiamo basi scientifiche per poterlo affermare oggi”.

È ipotizzabile che le misure restrittive vengano prolungate fino a fine aprile?

“Sono riflessioni in atto, credo che sia più che ragionevole arrivare fino a fine aprile. Il picco lo stiamo aspettando per dopo Pasqua. La rabbia che ho è che queste misure che abbiamo preso in Ticino, non sono ancora state introdotte nel resto della Svizzera”.

Dopo un mese in trincea, è stanco dottore?

“Abbastanza, sì. Ma andiamo avanti. La stanchezza si recupera, la salute no!”

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