Cronaca
01.03.2021 - 15:190
Aggiornamento : 04.03.2021 - 11:12

Accusa i suoi capi di mobbing, poi viene licenziata. La vicenda di una collaboratrice della IAS scuote l'Amministrazione pubblica

Della vicenda si è occupato l'MPS con un'interpellanza. Un Capo Servizio avrebbe rivolto battute volgari ("Ecco le mie porcellone" quando suonava il telefono), la successiva l'avrebbe ignorata e messa sotto pressione. L'inchiesta, poi...

BELLINZONA - Un nuovo possibile caso di mobbing, sessismo e nonnismo sta scuotendo l'Amministrazione Cantonale. A parlarne sono stati il Caffè, in un articolo nell'edizione di ieri e l'MPS che ha riportato passo per passo il lungo racconto della donna coinvolta. Qualcosa era già stato accennato da tio, ma gli ultimi accadimenti riportano il tema al centro dell'attenzione.

La donna che ha denunciato, portando una lunghissima testimonianza a De Rosa, è stata infatti licenziata, dopo quattro anni di lavoro per la IAS. Avrebbe "minato la fiducia dei suoi superiori compromettendo in modo irreversibile il rapporto di fiducia che deve necessariamente sussistere nei confronti di un dipendente pubblico", e dunque "non si intravvedono più altre possibilità che possano giustificare la continuazione del rapporto di lavoro della signora Bianca nell’attuale come in altre funzioni". Il nome, ovviamente, è fittizio.

Dunque, licenziata dopo aver denunciato e accusato vari personaggi all'interno dell'ufficio dove lavorava, alla IAS, di mobbing, molestie sessuali, favoritismi, abuso di potere, diffamazione, violazione della legge sul lavoro, di mentire, di scorrettezza, di aver proferito accuse mendaci, ricatti e minacce.

La signora comincia a lavorare nell'Ufficio dopo uno stage tramite l'URC. "Ho iniziato la mia attività lavorativa presso l’istituto delle assicurazioni sociali, Ufficio delle prestazioni, Servizio rendite e indennità il 02.11.2016, prima come stage di formazione URC poi in seguito sono stata nominata dal Consiglio di Stato in data 01.01.2018. Ero molto orgogliosa quando ho ricevuto la lettera dal nostro Direttore, Sergio Montorfani", racconta lei, in una memoria inviata il 28 agosto 2020 a Raffaele De Rosa. "L’impatto iniziale avuto il primo giorno lavorativo, entrando in ufficio, è stato positivo e l’ambiente mi è parso sereno. Il mio Capo servizio mi presentò le future colleghe, che erano tutte sorridenti; io ero abbastanza emozionata, ma molto motivata. ln seguito, lo stesso giorno, il mio Capo servizio mi chiese se avessi portato tutto l’occorrente e io gli risposi che non sapevo cosa avrei dovuto portare di particolare. Mi chiese allora se avessi portato il casco. II casco? quale casco? risposi io; lui mi spiegò che serviva a tutte le dipendenti (naturalmente, donne) che iniziavano il lavoro, per proteggersi la testa mentre dovevano andare sotto la sua scrivania (si trattava di una chiara allusione a favori sessuali o, forse, di una inopportuna frase sessista)".

"Alle volte, alcune colleghe entravano in ufficio alla mattina già imbronciate, tristi, alle volte piangevano, nessuno parlava, non c’era nessuno scambio di opinioni e nessun confronto. Altre, invece, ridevano a squarciagola per motivi che io non capivo", così parla dei colleghi e racconta un episodio, dove desiderava aiutare una collega che era rimasta indietro col lavoro."Mi ha chiaramente detto che in quell’ufficio non ci si poteva aiutare, altrimenti sarebbe stata colpevolizzata di non essere in grado di evadere il lavoro assegnatole. Mi ha inoltre consigliato di non lamentarmi mai di niente, nemmeno se avessi visto qualche cosa che non funzionava, e di mai controbattere o contradire chi comanda, di non prendere mai nessuna iniziativa, di correre sempre avanti e indietro per dimostrare di essere sempre attiva e velocissima, altrimenti si sarebbero vendicati", prosegue.

E così ha fatto. "Il dato di fatto è che la maggior parte delle colleghe e colleghi interni ed esterni all’ufficio non parlava bene del Capo servizio. ln poche parole, capii che all’interno del Servizio esisteva (ed esiste tutt’ora) una sorta di gerarchia atta all’abuso di potere. Pare che il Capo servizio, fondamentalmente, non conosca esattamente il lavoro delle sue impiegate, pertanto le sue “assistenti”, Capo Gruppo e addette di prima, si possono permettere di comportarsi con lui come più piace loro, riferendo cattiverie da perpetrare o note favorevoli se sottostiamo alle loro esigenze. Il Capo servizio non approfondisce, si fida ciecamente ed esegue gli ordini impartitigli da queste persone". Ma nessuno vuole intervenire.

Bianca cita anche alcuni episodi di sessismo del Capo Servizio. "Spesso, quando gli squilla il cellulare e si trova nel nostro ufficio, è abitudine che ad alta voce dica: “scusate, devo assentarmi perché le mie porcellone mi chiamano”. Narra che per un incarico provvisorio in Svizzera Interna sia stata scelta proprio la collega che non lo desiderava, di come, quando aveva suggerito che forse serviva un'altra persona in ufficio, è diventata "la dipendente che non aveva voglia di lavorare, che non era in grado di svolgere il suo lavoro, addirittura è stata stilata una statistica accusandomi del fatto che le mie colleghe svolgessero il lavoro al posto mio".

Quando cambia la Capo Servizio, la situazione peggiore sempre. La donna avrebbe infatti assunto l'incarico perchè obbligata. "Era sempre imbronciata e immusonita, l’ambiente lavorativo era di nuovo peggiorato, inoltre avevo captato da subito il suo astio e si percepiva chiaramente che era prevenuta nei miei confronti. Mi sentivo sempre giudicata, i suoi occhi scrutavano sempre la mia scrivania, mi sentivo con “il fiato sul collo”. ln più, mi escludeva da discussioni e informazioni lavorative, e lo fa tutt’ora".

Un collega che ha affiancaro la Capo Servizio addirittura "corre avanti e indietro instancabilmente, prepara il caffe con la pallina di gelato se la Capo gruppo gradisce, le porta le merende e le colazioni, sotto la pioggia scrosciante o sotto il sole torrido si reca a comperarle il pranzo in città per soddisfare ogni sua esigenza e pare si rechi pure all’asilo nido dal figlio". 

Ci sono molti episodi, nel suo racconto. Quello di un collega che si ammala di Covid ma nessuno viene avvertito. La volontà di cambiare Sezione, a cui le è stato risposto che non sarebbe cambiato niente. 

In un incontro con il Direttore, Capo ufficio, Capo servizio, Capo gruppo, Assistente del personale e una collega, che non acconsente a far registrare (perché sostiene che le registrazioni vengono usate in modo illecito, inoltre non si ottiene mai risposta alle email), denuncia che: "Vorrei comunicarvi che sto subendo mobbing da parte della Capo gruppo, appoggiata dal Capo servizio. Mi metto comunque in discussione e vi chiedo per cortesia di rispondere ad alcune domande sulle quali tengo ad avere dei chiarimenti poiché, nonostante nessuno mi abbia mai rivolto queste critiche personalmente e mi sono state, dunque, soltanto riportate, riguardano dei miei comportamenti che vorrei verificare con voi, anche per poter istaurare un clima sereno e costruttivo al fine di poter ricominciare a lavorare in modo positivo dopo questa discussione. Le domande che ho posto sono le seguenti: Ho avuto degli atteggiamenti sbagliati? Scorretti? Ho fatto la saccente? Sono stata maleducata o aggressiva nei confronti dei presenti o di altri colleghi? Non ho adempiuto ai miei compiti?". Non riceve risposte esaurienti. 

L'inchiesta interna sarebbe poi stata affidata a uno dei personaggi che la donna aveva denunciato. La conclusione è che non ci sono prove concrete a sostegno di quanto affermava, ma la fiducia era ormai compromessa. Da qui il licenziamento (nonostante tante email di elogio ricevute dall'ufficio per il suo operato).

Fino al licenziamento. Nonostante De Rosa sapesse tutto. E l'MPS chiede:

"1.    Per quale motivo il ministro De Rosa, una volta letto il dossier ricevuto in data 28 agosto 2020 non ha ritenuto necessario dare a delle persone non coinvolte dai fatti il mandato di svolgere una regolare inchiesta? Perché non si è fatto capo al gruppo d’intervento istituito dal CdS per le molesti sessuali e psicologiche sul posto di lavoro?

2.    Sulla base di quale ragionamento il ministro De Rosa ha dato mandato di svolgere un’inchiesta al Direttore IAS Sergio Montorfani, persona coinvolta dai fatti?

3.    Come spiega che il personale dello IAS che ha lavorato a stretto contatto con persone divenute positive al COVID-19 non sia stato informato e messo in quarantena?

4.    È prassi che il direttore dello IAS, paragonabile ad un direttore di Divisione, passi il suo tempo nel controllare la veridicità dei certificati medici del personale?

5.    Concorda che la decisione del direttore IAS di sospendere dal lavoro in ufficio la signora Bianca, una volta che la stessa ha segnalato la malagestione presente allo IAS, sia da considerare una ritorsione ingiustificata ed abusiva?

6.    Il ministro De Rosa quando ha portato sul tavolo del Consiglio di Stato la decisione di licenziare la signora Bianca ha consegnato loro il dossier ricevuto in data 28 agosto 2020?

a.    Se sì, per quale ragione il Consiglio di Stato, visto il contenuto dello stesso, non ha ritenuto di sanare le negligenze di De Rosa e deciso di procedere in base alle direttive che dovrebbero vigere all’interno dell’amministrazione cantonale?

b.    Se no, condivide che il ministro De Rosa abbia nascosto un elemento fondamentale?

c.    Preso atto di questo dossier ha ora chiesto al ministro De Rosa per quale motivo abbia loro nascosto un fatto determinante?

7.    Non ritiene doveroso, alla luce di quanto contenuto in questa interpellanza, ritirare la procedura di licenziamento della signora Bianca e avviare le procedure previste in un caso di denuncia da parte di una dipendente o un dipendente?".

La donna si è rivolta alla Commissione conciliativa e il prossimo 10 marzo spetterà al Tribunale d’Appello esprimersi in merito.

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