CRONACA
«Se va in crisi l'agricoltura, i pc servono a poco...», «gli altri paesi possono comunque invidiarc»
Giro di opinioni fra gli ospiti del dibattito di Mezzana sulla politica agraria. Lea Ferrari: «È positivo sapere da dove viene il cibo che mangiamo». Giovanni Berardi: «Le regole che cambiano mettono pressione». Pierluigi Zanchi: «Troppi protocolli imposti».
MEZZANA - Questa sera si dibatterà, a Mezzana, di politica agricola.Proseguiamo con il giro di opinioni fra chi parteciperà.
Lea Ferrari
, agronoma e candidata al Nazionale per i Comunisti, ha le idee chiare su quale deve essere il futuro dell'agricoltura. «Nel prossimi anni si deve mantenere la produzione, dato che l'autoapprovvigionamento svizzero tocca una quota del 60%. Nonostante si stia andando verso una multifunzionalità (in riferimento alle leggi di cui avevano parlato in mattinata Genini e Mattei, ndr), non ci si scordi il fatto di essere produttori. È positivo poter sapere da dove viene il cibo che mangiamo». A suo avviso, è auspicabile «valorizzare la produzione, il biologico, le filiere corte, la vendita diretta e la trasformazione, oltre che gli agriturismi, che hanno anche una funzione didattica. Puntando sul biologico, c'è la possibilità di aumentare il reddito degli agricoltori, e di differenziare il mercato smarcandosi così dai produttori industriali».Ferrari è convinta della vocazione agricola della Svizzera. «Per un fatto geografico e per le nostre peculiarità economiche possiamo essere un cuore verde, producendo assieme alla natura». I problemi, però, non mancano. «Il reddito agricolo è uno. I prezzi delle carni e del latte sono mandati al ribasso dai grandi trasformatori e distributori. Per esempio, il latte viene venduto a 0,50 fr al litro ai 4 grandi distributori svizzeri, e gli agricoltori non guadagnano nulla. Il prezzo dovrebbe essere almeno di 1 fr, altrimenti lo stato deve sostenerli economicamente. Insomma, lo stato paga i prodotti due volte, in sussidi e quando si fa la spesa, ma non è certo colpa degli agricoltori».
Giovanni Berardi
, presidente di Agrifutura e candidato al Nazionale per il PPD, spezza una lancia a favore della politica agricola svizzera. «Sgomberiamo subito il campo da possibili dubbi! È valida e all’avanguardia, tanto che ci viene invidiata dai paesi vicini. Chi la critica dicendo che non tiene conto della produzione è in errore. Infatti, la politica agricola della Svizzera ha il pregio di coniugare il giusto equilibrio fra il prezzo dei prodotti, la capacità di acquisto della popolazione e la retribuzione attraverso i pagamenti diretti delle prestazioni collaterali dell’agricoltura a favore prima di tutto dell’approvvigionamento interno, ma anche del territorio, dell’ambiente e delle zone periferiche». Per lui, rimanere ancorati al vecchio sistema del prezzo garantito e del reddito agricolo completamente proveniente dalla vendita dei prodotti è anacronistico. «Se lo si facesse, non vi dico quante code di auto ci sarebbero in uscita alla frontiera per acquistare prodotti a prezzi europei. Già oggi oltre 1,5 miliardi di franchi vengono spesi per gli acquisti a ridosso della frontiera. Per non parlare del fatto che calerebbero drasticamente anche le nostre esportazioni di formaggio. Sarebbe il tracollo economico della nostra agricoltura. Invece, oggi, grazie alla politica agricola, il reddito degli agricoltori è un mix ottenuto grazie alla vendita dei prodotti (abbiamo comunque prezzi più elevati rispetto all’Europa) e ai pagamenti diretti vincolati alle prestazioni».Tornare indietro non sarebbe proponibile, anche perché ci sono troppi pochi giovani che intraprendono la professione. «Certo, dei correttivi sono sempre possibili. Per esempio, il continuo cambiamento delle regole mette sotto pressione gli agricoltori dal punto di vista burocratico. Dopo le varie riforme degli ultimi 20 anni, è ora che la politica agricola diventi qualcosa di stabile nel tempo. La politica agricola è conveniente anche per la collettività. Infatti gestire il nostro non facile territorio senza l’ausilio di un settore agricolo efficiente e vitale costerebbe allo Stato molto, ma molto di più di quanto oggi costa la politica agricola», conclude Berardi.
Pierluigi Zanchi
, artigiano alimentare e in lizza per i Verdi, pone l'accento sulla responsabilità individuale. «Nella mia azienda, ho staccato la spina del nucleare in sei mesi, passando all'energia fotovoltaica. Il nostro pianeta va conservato, sennò finiamo al collasso". Secondo lui, la realtà agricola porta le aziende a essere sempre più grandi. «E questo a discapito delle piccole, con perdita di posti lavoro e della peculiarità gestionale del terreno agricolo e alpino. Con meno aziende, la nostra sovranità alimentare è a rischio. Purtroppo, ci vengono imposti dei protocolli che vanno sempre a favore di chi è più grande. In Parlamento, si sta discutendo un pacchetto di misure, e bisogna fare bene attenzione a che cosa si firma».Il Ticino sembrerebbe in controtendenza, con un aumento di imprese agricole. «Il nostro Cantone però ha perso terreno agricolo, siamo al di sotto delle superficie pregiate richieste dalla Confederazione in caso di crisi: ci sono dei piani cantonali che i comuni non hanno attuato. In generale, per me i problemi del settore sono tre: i protocolli citati, il fatto che il 70% dei terreno coltivati non appartiene ai contadini, e il ricambio generazionale che manca. Non si considera abbastanza il fatto che chi produce il cibo è chi porta avanti il paese, perché possiamo avere i computer, ma se non abbiamo da mangiare...»A suo avviso, i cambiamenti dovrebbero venire dall'esterno. «Sono situazioni sistemiche anche mondiali, se non vi sono menti lungimiranti non si può fare nulla, anche se ogni nazione ha le sue libertà di scelta, penso al nucleare. L'Unione Europea ci limita: è stato fatto un esperimento col carbone, e funziona, per usarlo dovremmo avere prima il via libera da loro... vanno mutati i rapporti. Sono arrivati anche molti insetti che prima non c'erano. A quelli di sempre possiamo sopravvivere, ma questi 40 anni fa non c'erano, e sono giunti a causa della libera circolazione delle merci, perché si sono allentati i controlli».  
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