CRONACA
Quattro eritrei al Cinestar, muri, ponti e Borradori
Mentre in sala si sottolinea la necessità di costruire ponti invece che muri, il sindaco di Lugano punta il dito sulla tutela dei diritti umani in Svizzera...
LUGANO – Si è aperto ufficialmente ieri a Lugano il Festival diritti umani. Sul palco del Cinestar
Alberto Chollet
ha introdotto la direttrice del Festival,
Jasmin Basic
, che ha sottolineando la necessità di costruire ponti invece che muri. La situazione sul fronte dei diritti umani sta globalmente peggiorando, come sottolineato d’altronde anche dalla presidente onoraria della manifestazione, Carla Del Ponte, qualche giorno fa. Da qui la necessità di una manifestazione che miri a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica.Anche
Manuele Bertoli
, intervenuto a nome del Consiglio di Stato, ha voluto sottolineare le ragioni della manifestazione. «A molti non importa nulla» dei diritti umani, ha laconicamente affermato, fintanto che non ci toccano da vicino. Il ministro socialista ha poi parlato da padre, raccontando un aneddoto sui propri figli, per spiegare quanto le questioni sulla giustizia siano importanti.Più difficile il discorso per
Marco Borradori
, sindaco di Lugano, che ha riconosciuto la gravità della situazione in Africa, in Siria piuttosto che in Turchia. Difficile perché la seconda edizione del Festival è dedicata in particolar modo all’Eritrea, da dove arrivano migliaia di giovani che cercano di raggiungere l’Europa, e che per parte delle forze politiche non vanno considerati come meritevoli del diritto d’asilo. Difficile perché mentre qualcuno vorrebbe costruire ponti, dal proprio partito si chiedono i muri. Borradori non ha mancato di sottolineare l’importanza dei diritti umani in Svizzera. Si danno per acquisiti, abbiamo la fortuna di beneficiarne, ma non dobbiamo mai scordarceli. Probabilmente un modo molto felpato per ricordare l’importanza dell’espressione popolare in relazione alla votazione sul 9 febbraio.Dopo i discorsi ufficiali sul palco sono salite quattro eritrei, impegnati in vario modo sulle questioni migratorie:
Alganesh Fessaha
(medico e presidente della ONG Gandhi attiva nel portare aiuto ai profughi eritrei),
Fana Asefaw
(capo-medico al centro di psichiatria infantile della clinica Clienia Littenheid, Zurigo),
Padre Mussie Zerai
(fondatore e presidente dell’agenzia Habeshia per la Coope- razione allo Sviluppo) e
Keshi Kidane
(ex-maestro, direttore di scuola in Eritrea, sfuggito alle persecuzioni del regime).«Perché gli eritrei vengono in Europa? Questa la domanda che mi pongono in molti», ha tuonato Padre Mussie Zerai. In Eritrea – ha spiegato – i diritti umani vengono sistematicamente violati, come d’altronde riconosciuto recentemente anche dall’ONU. «Il servizio militare è come la schiavitù, dura anche vent’anni. Gente che ha iniziato il servizio militare negli anni ’90 non ha ancora concluso la leva, non è possibile avere un futuro, una famiglia». E poi ha aggiunto, «ma allora perché gli eritrei non rimangono in patria per lottare per un cambiamento? Questo mi chiedono spesso. Ebbene, perché chi lo ha fatto è finito sotto terra». Padre Mussie Zerai ha poi puntato il dito contro i paesi europei, che per ragioni geopolitiche ed economiche tengono le porte aperte al regime eritreo.Fino a domenica molte proiezioni, mostre e dibattiti, per tutti i dettagli
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