BELLINZONA – È un’approfondita e seria “tirata d’orecchie” quella di Dick Marty, pubblicata stamane su LaRegione. «Le sconfitte sono amare e di solito rimosse dalla memoria. Non così per la battaglia di Marignano. Durante l’anno trascorso, l’anniversario dei 500 anni dalla disfatta degli svizzeri da parte di Francesco I e dei veneziani è stato ampiamente ricordato, addirittura celebrato», scrive l’ex senatore ticinese, che ricorda come alcuni politici abbiano affermato che la neutralità e la sovranità della Svizzera vadano ricondotte proprio alla battaglia di Marignano. «La distorsione e la manipolazione della storia non sono fatte di sole mezze verità tramutate in miti, ma anche di silenzi su avvenimenti che non rientrano nella tesi che si vuole dimostrare. Marignano è in realtà l’espressione della fine della supremazia militare degli Svizzeri a fronte degli eserciti potenti di nuove entità nazionali. Poco più di un secolo dopo, questo ordine europeo emergente sarà sancito dalla pace di Vestfalia che consacra il principio dello Stato e della sua sovranità, un assetto internazionale che durerà fino all’inizio del XX secolo. Non c’è più posto per la potenza militare di un piccolo Stato».Fermo restando che l’interpretazione sui fatti di Marignano di 500 anni or sono possa essere oggetto di diverse interpretazioni, Marty ricorda che il concetto della neutralità elvetica trae origine dal Congresso di Vienna del 1815, il cui bicentenario è passato in secondo piano. «Un oblio non casuale. Ovvio, quanto deciso e imposto a Vienna non rientra nella leggenda del popolo fiero, pienamente sovrano che non ha bisogno degli altri e non deve niente a nessuno, come sostengono i populisti nostrani».«Eppure sono le grandi potenze europee che nel 1815 definiscono i confini definitivi del nostro Paese, sono loro che sanciscono l’uguaglianza tra i cantoni, è a Vienna che la Svizzera è dichiarata neutrale, comodo cuscinetto tra la Francia e l’Austria», spiega l’ex senatore ticinese. «Queste verità storiche, che si vogliono oggi ignorare, nulla tolgono al percorso straordinario delle nostre istituzioni e di coloro che le hanno animate. La costituzione democratica e liberale del 1848, adottata mentre attorno a noi imperversava un vento di chiusura e di autoritarismo, è certamente una delle espressioni più luminose della nostra storia. Il Congresso di Vienna avrebbe meritato di essere ricordato poiché esso dimostra in modo apodittico l’interdipendenza da sempre esistente tra il nostro Paese e il resto dell’Europa, una relazione peraltro rivelatasi decisiva per il nostro sviluppo». E ancora, «quando guardiamo compiaciuti alle difficoltà odierne dell’Europa, faremmo bene a non dimenticare che anche la Svizzera ha incontrato problemi enormi nel suo cammino verso lo Stato moderno che conosciamo oggi. Nel 1803, Napoleone constata che “l’Elvezia, in preda alle dissensioni, era minacciata della sua dissoluzione; ella non poteva trovare in se stessa i mezzi di ricostituirsi”».È Napoleone Bonaparte che impose agli svizzeri litigiosi il federalismo, abolendo i baliaggi. «Questi interventi esterni – stranieri! – dell’imperatore dei francesi e delle potenze europee riunite a Vienna sono stati invero decisivi per la crescita della Svizzera e hanno costituito una solida base per l’eccezionale fortuna del suo modello», sottolinea Marty. «Fa dunque comodo dimenticare questi fatti storici per propagandare il mito della totale sovranità e per infondere astio per gli stranieri e per tutto quanto ha il sapore di Europa. Invece di avvalersi dei valori culturali per affermare la propria identità, si preferisce rinchiudersi su se stessi e sventolare minacce immaginarie (minareti, burqa, frontalieri, Corte europea dei diritti dell’uomo)».«Gli stranieri sono rappresentati come le pecore nere o come ratti, la Corte di Strasburgo un areopago minaccioso di giudici stranieri», annota ancora l’ex Consigliere agli Stati. «Il tutto nel silenzio assordante di molti, troppi intellettuali e politici in balia del conformismo dilagante e, come velisti inveterati, alla ricerca ossessiva del vento favorevole del momento». Marty riprende quindi il monito dello storico Oliver Zimmer, pubblicato negli scorsi giorni sulla NZZ, secondo il quale «i partiti politici farebbero bene ad affermare senza indugio l’importanza fondamentale dei rapporti con l’Europa per il nostro Paese, non solo dal punto di vista economico».«Un richiamo necessario alla vigilia di importanti scrutini popolari», conclude Dick Marty. «La linea politica timorosa e ambigua seguita dalla maggioranza dei partiti ha alimentato disinformazione e paure, abilmente sfruttate da chi sappiamo. Il tempo stringe. Il futuro affrontato fondandosi su di una storia addomesticata non può che essere foriero di sciagure. Ed è proprio la storia a dimostrarlo».