LUGANO - La Svizzera è neutrale, non dispone di grandi metropoli e vive una buona integrazione, d'altro canto i terroristi sono imprevedibili, basti vedere l'attacco a Istanbul martedì, e non rispettano le regole del gioco. Dunque, «la domanda non è se la Svizzera sarà attaccata, ma quando e come».Lo ha detto l’ex capo dei servizi informativi della Confederazione Peter Regli, ospite del Lions Club assieme a Marco Romano, deputato PPD al Nazionale e membro della Commissione della politica di sicurezza, per discutere di terrorismo nel nostro paese. La Svizzera è pronta a reagire ad un'eventuale minaccia, in un periodo che viene definito una polveriera per la combinazione fra minaccia islamista, migrazioni, criminalità organizzata e cyber-guerra? No, l'apparato è insufficiente. Romano ha sottolineato i passi avanti con la costituzione di una task force sui viaggiatori jihadisti ma si è partiti tardi. Ai confini le guardie possono controllare i migranti in entrata, però se il loro numero aumentasse vertiginosamente avrebbe problemi. «Il corpo va assolutamente aumentato e ci deve essere una riserva pronta a gestire un afflusso molto più forte», ha affermato Romano, aggiungendo che «i nostri servizi non hanno il personale sufficiente. La minaccia c’è, la Confederazione si sta muovendo troppo poco. Se non si mettono sul tavolo più risorse non andremo molto lontano». Quella del terrorismo è per Romano una grossa sfida per una polizia nazionale composta da 26 polizie diverse. Citando Regli, la Svizzera è attrezzata per far fronte ai periodo di bel tempo, ora serve munirsi di ombrelli.I migliori alleati, in questo momento, possono essere proprio i 450mila musulmani che vivono in Svizzera. «Penetrare nelle cellule di fanatici è estremamente difficile. Solo chi fa parte della comunità musulmana però può notare per primo se un giovane tutt’a un tratto non frequenta più la fidanzata svizzera, si isola, cambia abbigliamento, si lascia crescere la barba, legge intensamente il Corano e passa ore davanti a un PC».