CRONACA
Reportage sulle carceri irachene o esplosivi? I misteri dei jihadisti, fra pagnotte e Viagra
Mohamed Osamah parla di informazioni sulla detenzione in Iraq scambiate nelle conversazioni incriminate. Ma l'accusa non ha dubbi: preparavano un attentato
BELLINZONA - Non progetti di attentati, ma informazioni sulle condizioni di carcerazione nelle prigioni segrete dell'Iraq, dove è scomparso suo fratello. È la nuova versione del principale imputato nel processo in svolgimento davanti al Tribunale penale federale di Bellinzona, il primo in Svizzera per la preparazione di un attentato jihadista nel nostro paese. L'accusa non ci crede e chiede sette anni e mezzo per lui e un altro imputato, cinque anni e mezzo, e due anni e mezzo per gli altri due iracheni coinvolti.Non è escluso che Mohammed Osamah, nelle conversazioni in chat e su Skype incriminate, abbia assunto l'identità proprio del fratello. La «pagnotta», ritenuta dall'accusa un termine per parlare di «esplosivi», sarebbe invece «un media indipendente che avrebbe pubblicato queste informazioni politiche». Ma perché tutta questa segretezza, dunque? Osamah ha dichiarato di essere stato controllato dagli americani, e quando gli è stato chiesto come mai non avesse fornito questa versione in precedenza, ha ribattuto che «dirlo subito non mi avrebbe forse risparmiato questi due anni di prigione».Anche definire gli svizzeri «cani» sarebbe stato un malinteso a suo avviso. Lo sprezzo nei confronti del nostro paese apparterrebbe anche al secondo imputato, che però come Osamah avrebbe utilizzato senza farsi scrupoli il sistema sociale nazionale. Wesam avrebbe ritirato, forse per conto proprio di Osamah, una chiavetta in Turchia. E il suo contenuto è un altro mistero: l'accusa pensa a indicazioni per la preparazione di un attentato, Osamah spazia dalle informazioni su Viagra alle sedie a rotelle elettriche fino a materiale politico per denunciare prigioni illegali.Versioni totalmente discordanti, dunque. Ma il Procuratore, di cui è stato chiesto di non fare il nome, è sicuro: gli imputati hanno costruito un castello di menzogne, e l'intero procedimento non è una «caccia alle streghe» contro simpatizzanti della jihad bensì mira a punire un piano di attentato già avviato per colpire la Svizzera, oltre che un abuso del sistema sociale del sistema sociale portato avanti da tutti e quattro gli imputati. «Mohammed O. è venuto in Svizzera per lavorare in tutta tranquillità per l’Isis. Tutti e quattro sono persone senza scrupoli, un pericolo per la sicurezza della Svizzera», è convinta l'accusa. Oggi toccherà alle difese prendere la parola. Un altro problema sollevato dall'accusa riguarda il destino dei quattro, se venissero riconosciuti colpevoli: assieme alla pena, la richiesta era di negare il diritto di rimanere in Svizzera, ma un'espulsione non è per contro fattibile. Sarà la politica a dover rispondere.
In Vetrina

IN VETRINA

Gehri Rivestimenti al Cersaie 2026: le nuove frontiere della ceramica

29 OTTOBRE 2026
IN VETRINA

Gli 80 anni del Gruppo Regazzi: Ermotti, De Bortoli e Romeo a confronto sul futuro della Svizzera

16 OTTOBRE 2026
IN VETRINA

Fortezza Home, sentirsi a casa anche per pochi mesi

05 OTTOBRE 2026
IN VETRINA

Sergio Morisoli: Governo tutti a casa? Il caso Zali, il Centrodestra. E su Carobbio...,

11 SETTEMBRE 2026
IN VETRINA

Eventi su misura, il lusso invisibile dell’organizzazione

10 SETTEMBRE 2026
IN VETRINA

Tra imitazione e autenticità: perché la pietra naturale continua ad affascinare

09 LUGLIO 2026