CRONACA
Fukushima, cinque anni dopo. «Serve un'altra catastrofe per capire che le centrali vanno chiuse?»
Una amareggiata Michela Delcò Petralli commenta il no del Parlamento Federale alla chiusura. «Come sempre, gli interessi economici vengono prima della salute»
BELLINZONA - Cinque anni fa, il mondo venne scosso dalle tragiche notizie che arrivavano dal Giappone: alla centrale nucleare di Fukushima, a causa di un terremoto e maremoto, avvennero quattro distinti incidenti. Le discussioni sulla convenienza nel tenere aperte le centrali si sono scatenate immediatamente, e le persone che vivevano attorno al luogo del disastro sono state evacuate. Il tempo è passato, e che cosa resta di quella tragedia? Ne abbiamo parlato con la Coordinatrice dei Verdi Michela Delcò Petralli, che appare scoraggiata in merito a una soluzione in tempi brevi del problema nucleare in Svizzera.
Che ricordi ha dell'11 marzo 2011?
«Tremendi, ho subito pensato che non sarebbero riusciti a contenere i danni e i miei pensieri sono corsi alla popolazione che viveva lì vicino. È stata dislocata, ha perso tutto, anche se ora il Governo Giapponese sta cercando di far credere che la situazione si è normalizzata e dunque sta cercando di farla tornare a casa. Questo poiché desidera riaprire le centrali nucleari, e per convincere alla popolazione che non ci sono pericoli vuole che ritornino nelle zone colpite, i cittadini però non desiderano farlo perché i casi di leucemia e tumore fra di loro stanno aumentando».
Al momento, il tema era caldo, poi man mano la discussione è scemata, concorda?
«Esatto. Ci vuole un'altra disgrazia mondiale per far capire che questo modo di produrre energia è una bomba a orologeria? Le centrali sono in mano a persone, e una persona può sempre commettere un errore. Pensando a quelle presenti in svizzera, come Beznau, sono vecchie e andrebbero chiuse. Basilea ha chiesto la chiusura della centrale sita sul suolo francese, anch'essa una delle più antiche d'Europa. Non possiamo andare avanti così, bisogna chiudere».
In Svizzera si fa a sufficienza in questo senso?
«Il Ticino per fortuna non ha centrali, ma abbiamo subito e subiamo ancora le conseguenze di Chernobyl, oltretutto probabilmente il pesce che portiamo sulle nostre tavole paga Fukushima, per via della radioattività nell'oceano. In Svizzera non si fa abbastanza, il Parlamento Federale non ha accettato di chiudere le centrali, prolungando la loro agonia a tempo indeterminato. Chi le ha gestito sinora non vuole chiuderle e assumersi i costi della chiusura, d'altra parte il Governo dovrebbe imporsi. Quelle persone hanno ricevuto sussidi miliardari dallo Stato e dai cittadini ed ora devono assumersi le loro responsabilità».
Il Parlamento si oppone per scarsa informazione sul problema o perché vi sono troppi interessi economici?
«La seconda ipotesi, perché ora sappiamo tutti che cosa può succedere in caso di incidente e che pericolo comporta una centrale nucleare sia a Chernobyl che a Fukushima. Abbiamo costruito le centrali sussidiandole, senza prevedere nella legge una responsabilità finanziaria che coprisse anche i costi di smantellamento, dovrebbe farsene carico chi le ha gestite e ne ha approfittato sinora».
La salute viene messa dunque in secondo piano...
«Certo, è triste, ma è sempre così: ha già visto il contrario?»
Voi come ecologisti che cosa potete fare ora?
«Ripartiremo alla carica con la richiesta di uscire dal nucleare. Oltretutto ora le alternative esistono, penso all'idroelettrico in Ticino che funziona, oppure all'eolico e al fovoltaico: le possibilità sono molte, anche se la migliore energia è quella che si risparmia, e si possono costruire stabili ad hoc. Non c'è più la necessità di tenere aperte le centrali. Io spero per tutti noi che la soluzione definitiva non si trovi di fronte a una catastrofe, chi lo sa che il ricordo di Fukushima non smuova qualcosa. Come diceva Gramsci, bisogna essere ottimisti con la volontà ma pessimisti con la ragione: dobbiamo stare all'erta e lottare!».
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