. La sua omelia si è concentrata sulla necessità di stare insieme, di pensare al bene della collettività, senza rispondere all'odio con altro odio. «Niente ci costringe oggi ad aspettare che si siano risolte tutte le drammatiche crisi epocali di cui siamo testimoni: le guerre, il terrorismo internazionale, la fame, la corruzione, i dissesti della finanza, l’ingiustizia di ogni genere, le ferite inferte al creato, le minacce di distruzione. È sempre possibile fare spazio qui e ora alla giustizia, all'equità, alla dedizione disinteressata. Niente impedisce di continuare a combattere nel concreto ogni forma di discriminazione dei più deboli. Si può sempre tornare a scegliere di mettersi dalla parte delle vittime, di coloro che subiscono le conseguenze delle avidità, della sete di potere, dell'ebbrezza della violenza cieca e del risentimento ottuso. Il successo del bene, ovviamente, non è garantito in questo mondo, ma intanto niente e nessuno può obbligare al male e tutto può diventare puro, quando è compiuto alla luce di Dio e non per compiacere gli uomini». È questo il lavoro che tocca a ciascuno: «in famiglia, sul lavoro, nella scuola, in ogni settore della società. È facile infatti ripetere gli slogan dettati dall’emotività, che comprensibilmente si accende dopo ogni attentato terroristico. Più difficile, ma anche indispensabile e irrinunciabile, è tenere viva una speranza vigile, intelligente, capace di andare alla radice delle cose e di resistere alla tentazione di rispondere alla barbarie con le stesse armi dell’odio e della violenza».