CRONACA
«Una canzonetta per inno, indecente. Così distruggiamo i nostri valori»
Nicoletta Noi-Togni raccoglie firme da allegare alla sua lettera al Consiglio Federale. «È qualcosa nato spontaneamente, la gente tiene al proprio inno ed anzi sta male se glielo cambiano»
BELLINZONA - Una lettera al Consiglio Federale a difesa del salmo svizzero, e una raccolta firme, nata spontanea. Nicoletta Noi-Togni è in prima fila a difesa del salmo, e ci racconta perché a suo avviso non va cambiato e di quanto la gente ci tiene ancora, nonostante i tempi che cambiano.
Da dove nasce la raccolta firme?
«Ho scritto la lettera al Consiglio Federale, al primo d'agosto ero al San Gottardo e molte persone si sono dimostrate interessate al tema, chiedendomi di lottare per l'inno, che per loro è importante. Dunque ho pensato di aggiungere alla lettera le firme di chi è d'accordo con me. Oggi invierò la missiva, spiegando che è in corsa la raccolta firme, per cui mi sono data tempo fino a fine agosto».
A quante firme punta?
C'è molta gente che mi chiede i documenti per firmare, dato che prima voglio che venga letta la lettera. Se vado in giro, ne raccolgo senza problemi una sessantina... Ne potrei trovare tantissime, a voce molta gente mi ha garantito adesione. L'idea iniziale era inviare la lettera come deputata, ma le persone si sono offerte spontaneamente, ed è bello quando accade in questo modo».
Il tema inno è dunque sentito dalla popolazione?
«È molto sentito per il fatto che tanta gente è affezionata all'inno, che è entrato nella conoscenza collettiva. Tutto ciò che è rituale e simbolico entra nell'anima delle persone, e cambiarlo vuol dire toccare questi elementi di base. C'è gente addirittura che sta male per quello, e mi sono arrivate alcune telefonate, soprattutto di donne e persone di una certa età, che dicono che non possono farci questo. Si figuri se in un'altra nazione si cerca di fare qualcosa del genere il popolo reagisce e non accetterebbe mai... A me fa rabbia il modo in cui si è proceduto, in modo subdolo, ingannando e imbrogliando».
Si può dire che in un'epoca di cambiamenti ci si aggrappa ai propri valori di cui l'inno fa parte?
«Un inno appartiene a un'altra categoria di valori. Il mondo è cambiato anche in Italia, Germania o Francia, non solo da noi, e non vedo perché solo noi dobbiamo comportarci diversamente dagli altri facendo diventare il nostro inno una canzonetta da strada, detto da chi si intende di musica. Questa strofetta assomiglia a una canzonetta per bambini, le parole, almeno in tedesco non si adattano alla musica».
Inno nuovo per una Svizzera nuova, pensa siano queste le intenzioni?
«La Svizzera resta con il carattere con il quale è nata ed è stata fondata. Una nazione non cambia come se fosse un vestito. Deve mantenere il suo carattere, altrimenti diventa qualcosa d'altro, a meno che vogliamo dire che siamo talmente amorfi da non doverci caratterizzare. La storia e la tradizione restano, e l'inno ne fa parte, è memoria, storia, ricordo, è l'espressione storica di un popolo. Non capisco perché solo noi dobbiamo gettare alle ortiche il nostro inno. Non va bene che per il capriccio di poche persone si distrugga qualcosa a cui la gente tiene, in cui investe sentimenti che vengono così gettati via. Allora distruggiamo tutto!».
Oltretutto, la musica utilizzata è la stessa...
«Se avessero voluto un nuovo inno, almeno potevano presentarsi con qualcosa di totalmente nuovo. Invece furbescamente hanno tenuto la melodia, visto che la musica è la chiave per aprire l'anima, come diceva qualcuno. È un atto di furbizia, ma anche un plagio a livello giuridico, pur essendo caduti i diritti d'autore. Esce qualcosa di rattoppato e indecente. Si distruggono cose che non vanno toccate: il paese cresce, la società cambia e bisogna adattarsi, ma non bisogna rovinare le basi. C'è qualcosa alla base che non va modificato, penso a giustizia e territorio. Continuando a distruggere si rovina anche qualcosa nella società, già i valori se ne stanno andando... Parallela alla distruzione delle istituzioni vi è quella della società. Non è uno sviluppo sano e dunque reagisco».
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