Ultimamente si raccontano storie di adolescenti e giovani che per sfuggire alla noia usano ansiolitici. Un insulto a chi deve farvi ricorso per continuare a fare la vita di tutti i giorni: e sono altro che deboli!

MENDRISIO – In questi giorni, in un’informazione cruda, realistica, senza filtri, La Regione sta raccontando le storie di persone che si sono rovinate, perché nessuno fatica a usare quel termine, la vita con sostanze stupefacenti e farmaci.
Le sto leggendo, sempre più sconvolta. Per gli effetti che certi party all’insegna dello sballo portano, perché un conto è avere le solite raccomandazioni di evitare, un altro è vedere nero su bianco che cosa portano. Più che le deterioranti conseguenze della droga, quel che mi colpisce è leggere che sempre più spesso si usano pastiglie, ansiolitici, calmanti.
L’adolescenza l’ho passata da qualche anno. Onestamente non ho vissuto gli sconvolgimenti di cui molti parlano, semmai sono giunti dopo, ma quella è storia personale. Li affrontano tutti, lo fanno tutti. Però pensare di ricorrere a pastiglie per sopravvivere all’adolescenza o alla noia, direi anche no, per usare un linguaggio dei giovani.
Scrivo da persona che quell’età, appunto, l’ha passata non secoli fa. Parlo da persona che conosce molta gente che agli ansiolitici fa ricorso sul serio. Non perché è annoiata, non perché non sa come occupare la propria vita, bensì per poterla vivere, quella vita.
Leggere di pastiglie di Xanax da mescolare senza alcuna riflessione ad alcool e droga, fa male. Mi pare un insulto verso chi senza quel medicamento non può stare. Gente che nella vita lotta davvero, non con gli oggettivi problemi vissuti da tutti dell’adolescenza, bensì di salute. Che cadono ma non possono mollare, non vogliono. Combattono, prima in silenzio, cercando di far finta di niente, dicendosi che passerà, che non è nulla, poi si arrendono, vanno dal medico. Perché soffrire di ansia, di panico, comporta due livelli: la resistenza, prima, il fingere che non succede nulla, perché ammettere può essere definito da molti un segno di debolezza, l’ammissione dopo. Ammettere di essere ansioso, di avere il panico, per tante persone è una sconfitta. È entrare nel gruppo dei deboli, dover chiedere al medico un supporto.
E invece no, non sono deboli. Sono fortissimi. Proseguono la vita di tutti i giorni pur lottando con un demone invisibile. A volte non ci riescono e non devono condannarsi per quello. spesso si trovano a volersi nascondere, per non far vedere ad altri che prendono pastiglie, oppure che hanno un supporto psicologico. Perché per molti questo è un motivo di derisione. Non lo è, bisogna dirlo chiaro e tondo. Lo è, piuttosto, il non capire. Non comprendere che i momenti no arrivano per tutti.
Ecco perché quando leggo di ragazzini che si sballano con lo Xanax mi arrabbio. E molto. Prendere un medicamento, che porta con sé tanta sofferenza, a volte anche quella vergogna che ormai non dovrebbe esserci ma vive ancora, per divertirsi, per evadere. Da cosa, poi? Vivere non vuol dire evitare di scappare, anche se a volte la voglia viene a chiunque, di fronte a preoccupazioni e problemi? Fuggire dalla noia, dall’abitudine, dal non sapere come occupare la propria vita? Oppure volersi fare fighi?
Il problema è che non lo siete, fatevelo dire. Distruggete la vostra vita, ingoiate pillole senza pensare che un domani potrebbero essere la vostra ancora di salvezza. Vi rovinate la salute con qualcosa che un giorno potrebbe servirvi. E da compatire siete voi, non chi lo Xanax (o qualsiasi ansiolitico) ce l’ha bisogno per affrontare quella vita da cui fuggite. Quel che fate, prenderle ridendo e mescolandole con l’alcool, cercando chissà che cosa, è un insulto a chi sta male davvero ma vive. A differenza vostra, che fuggite, che non avete il coraggio e la capacità di divertirvi in modo sano.
Il vostro è banalizzare dei disagi che esistono davvero, non affrontando un’età che non torna più e che può portare anche spensieratezza, nello spregio della salute. Poi vi rendete conto, ma a volte è troppo tardi. I giovani d’oggi sono questi? Voglio credere di no.
Paola Bernasconi