La difesa del 22enne sangallese che nell’ottobre 2021 ferì gravemente una giovane ticinese dopo la fine della loro relazione. Il ragazzo è accusato anche di tentato assassinio

LUGANO - “Volevo un ultimo incontro con lei. Avevo delle armi nella borsa, ma non volevo usarle. Ero in un momento difficile, volevo solo parlarle”. Sono le parole con cui il 22enne sangallese ha cercato di difendersi questa mattina all’apertura del processo a suo carico per aver sparato un colpo di fucile all’ex fidanzata, una 22enne del locarnese, ferendola gravemente.
Siamo nell’ottobre 2021, a Solduno (vedi articoli suggeriti). Il giovane, allora 20enne, sottratta l’arma dalla casa dei nonni materni in Austria, parte da Windau nel Canton San Gallo e si reca in via Vallemaggia a casa dell’ex compagna, che aveva troncato la relazione con lui nel luglio precedente - ottenendo tra l’altro una diffida che impediva al giovane di avvicinarsi a lei. Lega la giovane ticinese e il suo nuovo compagno, la ragazza si libera e prova a scappare, ma lui la rincorre fino nell’atrio del portone e le spara colpendola all’addome. Per lei, 13 giorni di ospedale e diversi interventi, ma riesce a salvarsi.
A carico del sangallese invece, una lunga serie di accuse, come si evince nel lungo atto di accusa presentato dal procuratore pubblico Roberto Ruggeri: coazione, sequestro di persona e rapimento, lesioni gravi, esposizione a pericolo della vita altrui e infrazione alla legge federale sulle armi, fino alla più pesante di tentato assassinio (in subordine tentato omicidio) Il giovane, difeso dall’avvocato Luca Guidicelli, è comparso stamattina davanti alla Corte delle assise criminali di Lugano - con presidente Siro Quadri, giudici a latere Giovanna Canepa Meuli e Luca Zorzi - per difendersi e dare conto di un modo di agire che il pp Ruggeri ha definito “mosso da un mero sentimento di rancore, di gelosia e di possessività”, con movente e scopo “particolarmente perversi” e “attuando altresì modalità particolarmente perverse nell’ideazione quanto nella pianificazione del crimine”.
L’imputato, interrogato dal giudice Siro Quadri sul motivo per cui si sarebbe recato a Locarno quella sera, ha spiegato che voleva un “ultimo chiarimento” con l’ex fidanzata. Il giudice in aula ha allora sollevato il fucile (facente parte degli oggetti sequestrati) e gli ha fatto notare: “Lei voleva solo venire a parlare… Con questo?”.
Al che il giovane ha ammesso: “Sicuramente ho sbagliato quella sera, ho provato ho provato a capire perché sia capitato, ma non ho trovato risposte. Mi sentivo stanco, vuoto, non mi rendevo conto delle cose. All’inizio avevo effettivamente l’intenzione di compiere qualcosa di violento, ma poi mi sono vergognato, mi sono detto che non avrei potuto farlo e ho pensato di voler solo parlare. Volevo solo parlare”, ripete. L’imputato - al quale una perizia psichiatrica riconosce una lieve scemata imputabilità - è apparso disorientato e si è contraddetto in più occasioni. Il resto delle spiegazioni le ha affidate ad una lettera, che ha letto in aula: “Sono qui per assumermi le mie responsabilità. Ero depresso prima di conoscerla e lei mi ha aiutato; anche per quello l’amavo e quando la nostra relazione è terminata mi sono sentito perso. All'inizio ho pensato che fosse colpa sua, ma poi ho capito che era solo mia. Sono venuto in Ticino per parlare con lei anche se sapevo che non sarebbe servito a rimetterci insieme, ma poi depresso e sotto l’influsso delle pastiglie non ho più capito quello che stavo facendo. L’amavo ancora e non volevo che la nostra storia finisse, avevo paura di perderla, ma ho rovinato tutto e mi viene la nausea quando penso quello che ho fatto. Mi dispiace, ho rovinato non solo la sua vita ma anche quella della sua famiglia e la mia. Il danno che ho causato è irreparabile ma spero che tutti riescano a condurre una vita normale nonostante tutto”.
In queste ore il processo prosegue con la parola alla pubblica accusa.