Secondo il quotidiano è stata soprattutto l’Italia ad avere scosso il sistema, ponendo domande e avanzando richieste che hanno costretto le autorità a reagire. Ma ora il tempo non sta giocando a favore delle vittime, ma dei responsabili

A cento giorni dalla tragedia di Crans-Montana, il Blick torna sul rogo del bar “Le Constellation” con un duro commento firmato dal caporedattore Rolf Cavalli, che mette in fila quelle che definisce “cinque amare verità” sul disastro costato la vita a 41 persone e che ha lasciato oltre cento feriti gravi, molti dei quali ancora segnati da interventi chirurgici e conseguenze destinate a durare per tutta la vita.
Nel suo editoriale, Cavalli parte da una constatazione brutale: ci sono le vittime, ma non si vedono ancora responsabilità chiaramente assunte. Il Blick ricorda che i coniugi Moretti, gestori del locale, sono stati scarcerati su cauzione, mentre il sindaco di Crans-Montana Nicolas Féraud, indicato dal giornale come il principale responsabile politico, è rimasto in carica e verrà interrogato solo oltre cento giorni dopo l’incendio. Da qui la prima “verità” evocata dal quotidiano: “Le vittime hanno un volto. I carnefici hanno solo una funzione”.
La seconda accusa è rivolta al sistema, che secondo il quotidiano zurighese starebbe guadagnando tempo. Nell’immediatezza ci sono stati shock e indignazione, ma molte delle domande decisive restano ancora senza risposta: perché il Comune non ha ispezionato i locali, perché il Cantone non è intervenuto pur avendo una responsabilità di vigilanza, chi sapeva che cosa e da quando. Cavalli insiste anche sulle ombre che gravano sull’inchiesta, osservando che la Procura di Sion continua a mantenere il silenzio e sostenendo che ritardi e lacune nella raccolta delle prove rischiano di minare la fiducia nell’accertamento della verità.
Il terzo punto riguarda la politica cantonale. Secondo il caporedattore del Blick, le autorità proteggono le cariche più delle persone. Nel commento sottolinea che, a differenza di altre emergenze affrontate rapidamente dal Vallese, sul caso di Crans-Montana non vi è stato un vero scatto politico: nessun grande dibattito straordinario, nessuna analisi critica all’altezza della tragedia. Anzi, l’impressione descritta da Cavalli è quella di un sistema che preferisce rifugiarsi dietro i procedimenti in corso e attendere che l’attenzione pubblica si affievolisca.
Nel mirino di Blick finisce poi anche Berna. La quarta “verità” sostiene che il governo federale sia presente, ma senza esercitare una vera leadership. Cavalli cita il presidente della Confederazione Guy Parmelin, presente con gesti simbolici, e il ministro della Giustizia Beat Jans, accusato però di aver imboccato una strada politicamente ingenua con la proposta di un fondo multimilionario. Il messaggio polemico del giornale è netto: quando qualcosa va storto in Vallese, scrive in sostanza Blick, a pagare è l’intera Svizzera, con il rischio di creare persino vittime di serie A e di serie B.
Infine, la quinta verità indicata da Blick è che il movimento verso un chiarimento non nasce dall’interno, ma dalla pressione esterna. Secondo Cavalli, è stata soprattutto l’Italia ad avere scosso il sistema, ponendo domande e avanzando richieste che hanno costretto le autorità a reagire. La conclusione è amara: il tempo, in questa vicenda, non starebbe giocando a favore delle vittime, ma dei responsabili. E per questo, a cento giorni dal rogo, la domanda che il commento lascia sospesa è se la Svizzera voglia davvero fare piena luce sulle responsabilità oppure se stia semplicemente cercando di prendere tempo.