A sollevare gli interrogativi più pesanti è il Corriere della Sera, con l’inviato Andrea Galli. Ma anche Repubblica, con Ilaria Carra...

Si riaccende sulla stampa italiana la polemica sulla gestione svizzera di una tragedia costata la vita a una ragazza. A otto mesi da Crans-Montana, questa volta al centro delle critiche ci sono la polizia e gli inquirenti argoviesi che indagano sulla sparatoria al rave party di Aarau, nella quale è morta la 22enne italiana Maria Spinelli e sono rimasti feriti altri cinque giovani.
A sollevare gli interrogativi più pesanti è il Corriere della Sera, con l’inviato Andrea Galli. Ma anche Repubblica, con Ilaria Carra, evidenzia quelli che definisce esplicitamente “buchi neri” ancora da colmare nella ricostruzione degli avvenimenti.
Secondo gli investigatori, l’autore della sparatoria sarebbe uno svizzero di 43 anni, esperto di armi e abituato ad allenarsi al poligono. L’ipotesi attualmente privilegiata è che abbia agito da solo, utilizzando due armi diverse: una pistola calibro 9 e un fucile d’assalto. Resta invece ancora da chiarire il movente.
Il Corriere aggiunge un elemento destinato inevitabilmente a far discutere: il 43enne sarebbe legato all’esercito e avrebbe avuto a disposizione un fucile militare, cosa che per noi è normale, ma all'estero poco compresa. Il giornale riferisce inoltre, precisando che si tratta di una voce non confermata ufficialmente dalla polizia, che l’uomo non sarebbe stato individuato e catturato al termine di una brillante operazione investigativa, ma si sarebbe spontaneamente consegnato alle autorità assumendosi la responsabilità dell’attacco.
Proprio sulla comunicazione della polizia il Corriere usa parole durissime. Galli definisce “astrusa” la decisione di rinviare la conferenza stampa con le informazioni sul caso e denuncia di essere stato allontanato dalla sede della polizia con modalità da lui giudicate “lesive della libertà di stampa”.
Anche Repubblica registra la chiusura delle autorità verso i cronisti. Il quotidiano sottolinea che il sospettato era nelle mani della polizia già dall’una di notte, mentre la notizia è stata resa pubblica soltanto diverse ore più tardi. E racconta che al comando cantonale nessuno ha accettato di rispondere alle domande dei giornalisti, rimandando ogni richiesta alla conferenza stampa. Nessuna risposta neppure sull’indiscrezione secondo cui il presunto killer si sarebbe costituito spontaneamente in un altro Cantone, una circostanza che, osserva il giornale, “potrebbe mettere meno in luce le attività investigative locali”.
Ma il punto più delicato riguarda la ricostruzione stessa dell’attacco. Inizialmente erano stati gli investigatori svizzeri a prendere in considerazione la presenza di più tiratori. Il Corriere aveva riferito che si ragionava su almeno due e forse addirittura quattro persone armate. Ora la tesi è cambiata radicalmente: un solo uomo, due armi, un attacco condotto sostanzialmente “in modalità cecchino”.
Una conclusione che però non convince alcuni testimoni.
Le famiglie presenti nell'insediamento nomade vicino alla via di fuga avrebbero sentito colpi provenire da punti diversi e sostengono che a sparare fossero almeno due persone, una armata di pistola e l’altra di fucile. Repubblica raccoglie testimonianze secondo cui i colpi sembravano arrivare “da due se non tre punti diversi”. Un uomo in fuga in automobile avrebbe inoltre incrociato uno degli assalitori e la sua vettura sarebbe stata raggiunta da un proiettile.
Da qui l’interrogativo che chiude significativamente l’articolo del Corriere: per la polizia i complici non esistono e avrebbe agito un unico uomo. “Sarà così?”.
È però soprattutto il parallelo con Crans-Montana a dare alla vicenda una dimensione che supera ormai la cronaca nera.
Secondo il Corriere, nelle ore successive alla sparatoria gli investigatori argoviesi sarebbero stati sottoposti a una forte pressione delle autorità federali. Il quotidiano descrive una prima fase caratterizzata da “smarrimento”, nervosismo e caos investigativo, seguita dall’improvvisa individuazione del presunto responsabile. E ricorda esplicitamente che, appena otto mesi dopo l’incendio del Constellation, un altro drammatico fatto avvenuto in Svizzera ha provocato la morte di una giovane straniera.
Il clima, almeno sulla stampa italiana, comincia dunque ad assomigliare a quello già visto dopo Crans-Montana: non viene messo in discussione soltanto ciò che è accaduto, ma anche come le autorità svizzere indagano, cosa comunicano e quando lo comunicano.
Per ora il 43enne resta “fortemente sospettato”, come sottolinea Repubblica. E dietro la versione apparentemente risolutiva dell'uomo solo restano domande importanti: perché due armi? Perché colpi provenienti apparentemente da luoghi diversi? Perché alcuni testimoni parlano di più sparatori? Il sospettato è stato catturato oppure si è costituito? E soprattutto: perché ha sparato?
La conferenza stampa annunciata dalla polizia cantonale dovrà fornire molte risposte. Perché, dopo Crans-Montana, questa volta a porre le domande alla Svizzera non sono soltanto gli inquirenti. È tornata a farlo anche la stampa italiana.