Uno studio svizzero su oltre 154 mila annunci mostra che vicino ai centri i canoni scendono del 3,8%. Il calo arriva al 4,8% dove è maggiore la presenza di richiedenti dall’Africa subsahariana

Quanto vale, in franchi, un pregiudizio?
La domanda è brutale, ma è esattamente quella che si pone uno studio firmato da ricercatori dell’Università di Losanna, dell’Ufficio federale di statistica, dell’USI e del Geneva Graduate Institute. Il titolo, Price and Prejudice: Housing Rents Reveal Racial Animus, non lascia molto spazio alle ambiguità: gli autori hanno cercato di capire se e quanto le preferenze discriminatorie si riflettano davvero nei prezzi di mercato.
Per farlo hanno analizzato gli affitti attorno ai centri d’asilo svizzeri nel periodo 2004-2014, confrontando le abitazioni più vicine alle strutture con quelle situate nella stessa area ma a maggiore distanza. Il risultato di base è netto: entro circa 700 metri da un centro attivo, i canoni risultano mediamente inferiori del 3,8% rispetto al gruppo di controllo.
Ma il dato più delicato arriva quando i ricercatori distinguono i centri in base alla composizione degli ospiti. Dove la quota di richiedenti provenienti dall’Africa subsahariana è inferiore alla mediana, la riduzione stimata degli affitti è del 2,7%. Dove quella quota è superiore, il calo sale al 4,8%.
Ed è qui che il lavoro diventa politicamente e socialmente esplosivo.
Gli autori hanno infatti verificato se la differenza potesse essere spiegata da altri fattori, in particolare dalla religione degli ospiti o da una maggiore propensione alla criminalità attribuibile alle diverse nazionalità presenti nei centri. Ma né la quota di persone che si dichiarano musulmane né l’indicatore di “crime propensity” producono differenze statisticamente significative comparabili.
Anzi, lo studio rileva che nel campione l’origine subsahariana e la propensione alla criminalità non risultano correlate in modo significativo. I richiedenti provenienti dall’Africa subsahariana mostrano addirittura una propensione stimata al crimine inferiore di circa un terzo rispetto agli altri gruppi, anche se la differenza non è statisticamente significativa.
Da qui la conclusione degli studiosi: il fenomeno osservato è più compatibile con una forma di pregiudizio razziale basato sull’aspetto fisico che con una reazione a rischi concreti legati alla criminalità o alla religione.
C’è però una cautela fondamentale. Lo studio non misura direttamente la carnagione individuale dei richiedenti asilo. La variabile empirica più forte è la quota di persone di nazionalità dell’Africa subsahariana presenti nei centri, affiancata da altri indicatori di distanza socio-etnica. Per questo sarebbe improprio trasformare il risultato nella formula meccanica “più scura la pelle, più basso l’affitto”. Più corretto dire che gli affitti diminuiscono maggiormente attorno ai centri con una presenza più elevata di richiedenti provenienti dall’Africa subsahariana e che gli autori interpretano questo risultato come compatibile con un pregiudizio legato al fenotipo.
Il confronto tra aperture e chiusure rafforza inoltre l’idea che non si tratti soltanto di una coincidenza geografica. Nei casi analizzati separatamente, l’apertura di un centro è associata a un calo dei canoni del 6,5%, mentre dopo la chiusura gli affitti recuperano circa il 4,6%. L’effetto compare già nel primo trimestre successivo all’apertura e non emergono tendenze negative significative nei prezzi prima dell’arrivo del centro: elementi che, secondo i ricercatori, sostengono un’interpretazione causale.
Lo studio prova anche a tradurre questo fenomeno in denaro. Considerando un’abitazione media di 80 metri quadrati e un affitto annualizzato di 280 franchi al metro quadrato, il calo del 3,8% corrisponde a una disponibilità a pagare stimata di circa 851 franchi l’anno per abitazione pur di evitare l’apertura di un centro d’asilo nelle immediate vicinanze. La differenza legata a una maggiore o minore presenza di richiedenti subsahariani vale, secondo il calcolo degli autori, circa 492 franchi l’anno per abitazione.
È forse questo il dato più duro dello studio: il pregiudizio non resta confinato nelle opinioni, nei sondaggi o nel voto. Entra nel mercato. Diventa una disponibilità a pagare. E finisce per incidere concretamente sul valore attribuito a un quartiere.
Gli autori parlano infatti esplicitamente di un “prezzo del pregiudizio”: un costo economico che non ricade soltanto su chi subisce la discriminazione, ma anche su chi la esercita attraverso le proprie preferenze, perché modifica i prezzi e le scelte del mercato immobiliare.
La ricerca non dice che ogni centro d’asilo produca lo stesso effetto, né che tutti gli abitanti delle zone interessate condividano atteggiamenti razzisti. Dice qualcosa di più sottile e forse più importante: quando si osservano migliaia di decisioni individuali aggregate, una componente di pregiudizio sembra diventare abbastanza forte da lasciare una traccia misurabile nei prezzi.
Ed è proprio questo che rende il lavoro interessante anche oltre il tema dell’asilo. Perché quando un sentimento collettivo diventa economicamente misurabile, non siamo più soltanto nel campo delle percezioni. Siamo già dentro la realtà del mercato.