ECONOMIA
"Le famiglie comprano in Italia, ma come condannarle?". Croci, la LATI e un allarme che deve far riflettere
Il presidente del CdA della storica società che chiuderà a metà anno ha spiegato come si sia tentata ogni strada possibile per salvare l'azienda. "Sono mancate le vendite. Per dieci persone abbiamo già trovato un nuovo contratto"

BELLINZONA - Per salvare la LATI sono state tentate tutte le strade, ma dopo la crisi di cinque anni fa, rientrata grazie al soccorso della Cooperativa dei produttori di latte della Svizzera centrale (Zmp), servivano dei miglioramenti di fatturato che non sono arrivati. Carlo Croci, presidente del CdA, spiega a La Regione che il numero di vendite, in sostanza, non è sufficiente a garantire il futuro della storica azienda.

È mancato il consumo locale, con molti ticinesi che hanno preferito orientarsi su altro, nonostante le campagne a favore del commercio in loco. Le parole di Croci, che possono sicuramente essere estese ad altri settori, fanno riflettere e devono essere un campanello di allarme per tutti: "Invitare all'acquisto di prodotti del territorio è una buona cosa però non mi sentirei di colpevolizzare il consumatore. Tutti questi aumenti di prezzo che ci sono stati ovunque, l'aumento dell'energia, l'aumento dei costi sanitari, l'aumento dei tassi di interesse... come si fa a colpevolizzare chi cerca di far quadrare il budget familiare? Ecco io non me la sento... capisco che ci sono delle esigenze e che nelle famiglie si devono far quadrare i conti".

Insomma, i ticinesi sono stati colpiti da aumenti di spese, si pensi alle conseguenze della crisi sanitaria e poi di quella energetica, ed hanno iniziato a spendere sempre di più nella vicina Italia. Croci, come detto, non li condanna ma li comprende. La LATI ne ha fatto però inevitabilmente le spese, nonostante i prodotti di ottima qualità che hanno vinto anche dei premi.

Per quanto concerne i dipendenti, per una decina di loro si è già trovato un nuovo contratto, dunque non perderanno il posto, per gli altri undici "vi stiamo lavorando": ergo, non annuncia nè smentisce licenziamenti. Si sta inoltre operando per mantenere la più alta percentuale possibile di produzione in Ticino, il presidente del CdA parla di un 70-80% che resterebbe in qualche modo nel cantone. 

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