Il domenicale rilancia lo scenario di una fusione con un colosso straniero. Il sito finanziario replica: “Campagna allarmistica” e punta il dito sui legami tra la banca e la casa editrice

La battaglia sulla futura regolamentazione di UBS si sposta dalle aule di Palazzo federale alle redazioni zurighesi. Dopo la decisione del Consiglio degli Stati di imporre alla grande banca una copertura del 90% con capitale CET1 delle partecipazioni nelle filiali estere, il SonntagsBlick rilancia con grande evidenza uno scenario destinato a far discutere: UBS potrebbe cercare una fusione con un grande istituto straniero e, in prospettiva, spostare la propria sede fuori dalla Svizzera.
Secondo il domenicale di Ringier, almeno otto grandi banche internazionali avrebbero manifestato interesse ad avviare colloqui con i vertici di UBS. Fra i nomi circolati figurano Morgan Stanley, Deutsche Bank e Standard Chartered. Il SonntagsBlick richiama inoltre indiscrezioni pubblicate dal media statunitense Semafor, secondo cui ai vertici della banca sarebbero tornati d'attualità diversi scenari per sottrarsi alle conseguenze della nuova regolamentazione svizzera, compresa un'aggregazione internazionale. UBS, interpellata dal giornale, non commenta le indiscrezioni.
Lo scenario si inserisce nello scontro ormai aperto fra UBS e la politica federale. Il Consiglio degli Stati ha approvato con 29 voti contro 16 la soluzione che prevede una copertura al 90% con capitale CET1. La banca avrebbe preferito una soluzione al 50%, con la possibilità di utilizzare per la parte restante strumenti AT1, e sostiene che le nuove regole comporterebbero circa 16 miliardi di dollari di capitale CET1 supplementare. La partita parlamentare, comunque, non è ancora conclusa: dovrà pronunciarsi anche il Consiglio nazionale.
È proprio sulla lettura del SonntagsBlick che interviene duramente Inside Paradeplatz. La testata finanziaria zurighese parla apertamente di una “campagna allarmistica” e mette in dubbio che le indiscrezioni su un'acquisizione o una fusione imminente abbiano la consistenza suggerita dal domenicale.
La polemica è particolarmente significativa perché soltanto due giorni prima lo stesso Inside Paradeplatz aveva riferito delle ipotesi di aggregazione internazionale, citando Morgan Stanley, Standard Chartered e Deutsche Bank sulla base delle indiscrezioni provenienti dagli Stati Uniti. In quel caso, però, le aveva presentate come scenari allo studio e non come il rischio imminente che “gli americani si accaparrino UBS”. Inside Paradeplatz
L'attacco va poi oltre il merito della notizia. Inside Paradeplatz mette nel mirino direttamente Ringier, editore del Blick e del SonntagsBlick, richiamando una serie di rapporti personali, societari e finanziari che nel corso degli anni hanno collegato esponenti della casa editrice all'universo UBS. La testata suggerisce così che questi intrecci possano contribuire a spiegare una copertura particolarmente sensibile alle argomentazioni della banca.
Si tratta, va sottolineato, della tesi di Inside Paradeplatz: l'articolo indica una serie di rapporti esistenti, ma non fornisce la prova che UBS abbia condizionato la linea editoriale del SonntagsBlick.
Il cuore dello scontro è però chiarissimo. Da una parte il SonntagsBlick descrive una UBS messa sotto forte pressione dalla politica svizzera e prospetta il rischio che le nuove esigenze patrimoniali possano spingere il colosso bancario verso una fusione internazionale, con tutte le incognite che ne deriverebbero anche per il mantenimento della sede in Svizzera. Dall'altra Inside Paradeplatz interpreta questa narrazione come un nuovo capitolo della pressione esercitata attorno alla “Lex UBS”, dopo che la banca non è riuscita a ottenere dal Consiglio degli Stati la soluzione più favorevole che auspicava. La testata finanziaria aveva già descritto il voto della Camera dei Cantoni come una pesante sconfitta per Sergio Ermotti nella battaglia sui requisiti patrimoniali. Inside Paradeplatz
Ne esce quindi una singolare guerra mediatica tutta zurighese: non soltanto sul futuro dell'ultima grande banca globale svizzera, ma anche su come quel futuro viene raccontato. La domanda, dopo il voto degli Stati, non è più soltanto quanto capitale dovrà detenere UBS. È diventata anche un'altra: quanto è concreto il rischio che la banca lasci la Svizzera e quanto, invece, questo scenario fa parte della battaglia di pressione che continua mentre la “Lex UBS” deve ancora completare il suo percorso parlamentare?