POLITICA
Si parla troppo di asilo? «L'importante non è che se ne parli, ma che si agisca». E sulla Swatch...
Luca Albertoni: «ci vuole una collaborazione fra politica e economia sui dossier difficili». E sulla Swatch non esclude che «una certa ostilità abbia influito sulla loro decisione»
LUGANO - «La Svizzera deve temere la deindustrializzazione», così ha tuonato Hans Hess, presidente dell'Associazione delle industrie di ingegneria meccanica ed elettrica (Swissmem) dalle colonne della stampa svizzero-tedesca, secondo cui la politica parla troppo della tematica dell'asilo, senza affrontare altri argomenti importanti come i rapporti con l'UE, la socialità, la strategia energetica, l'accesso al mercato e i prezzi. «Ma nessuno parla per paura di offendere: meglio essere eletti senza un profilo preciso», ha affermato Hess. Ne abbiamo parlato con Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio, dell'industria e dell'artigianato ticinese.
Luca Albertoni, è d'accordo con Hans Hess? I politici si concentrano troppo sulla tematica dell'asilo trascurando gli altri temi?
«Ritengo che la sua sia stata una provocazione, che ci sta. Si parla di argomenti elettorali, non posso affermare se lo si fa in maniera eccessiva. Su molti temi importanti sul piano economico c'è una conoscenza troppo superficiale: in una certa misura, dunque, ha ragione. Non vengono approfonditi temi su cui c'è minor comprensione, è normale e la questione non mi scandalizza. Hess ha lanciato una provocazione per attirare l'attenzione sulle aziende esportatrici che vivono difficoltà, sono schermaglie che fanno parte del gioco delle parti. Anche questi temi hanno dignità come asilo e immigrazione. Ciò di cui mi preoccuperei non è di quanto si parla pubblicamente di una problematica, ma del fatto che lo si affronti e si cerchino soluzione con cognizione di causa, giusti approfondimenti e riflessioni attente. Certamente, da questo punto di vista un margine di miglioramento esiste. Non si può però generalizzare, ci sono ambiti di cui non si parla ma si agisce e altri su cui si fa finta di niente. Non mi piace sparare sulla politica, è troppo facile».
Quali temi secondo lei caratterizzeranno la campagna elettorale per le elezioni nazionali?
«Penso quelli che sono già emersi. L'asilo farà la parte del leone. Mi lascerò sorprendere, non sono in lista e non so su che cosa i partiti desiderano focalizzarsi. Mi sembra interessante la schermaglia emersa negli scorsi giorni fra il PS, che desidera regolamentare maggiormente il sistema economico, e il PLR, che vuole rafforzare le libertà. La partita si giocherà su questo, sono due idee diverse sul futuro dello stato e delle libertà. Io concordo con l'idea liberale».
Ci sono argomenti che le piacerebbe venissero affrontati maggiormente nel periodo elettorale?
«Credo che i grandi cantieri siano sicuramente, dal nostro punto di vista, le possibilità legate alle imprese: la loro libertà è garantita, salvaguardata e promossa? Non se ne discute direttamente, ma l'argomento viene toccato con misure di vario genere. Forse è troppo filosofico ma importante. Ci sono anche temi concreti, come la riforma III della fiscalità delle imprese, il discorso su dove e come metterla in pratica in modo che non sia troppo dolorosa per i cantoni. Poi ci sono l'immigrazione, dal punto di vista economico, le infrastrutture, su tutte il San Gottardo, anche se ritengo che non sarà un tema di dominio nazionale. Le preoccupazioni dell'economia sono queste».
Qual è la sua opinione sulla decisione di ieri della Swatch di trasferire la filiale di Taverne a Bienne, rinunciando allo stabilimento di Genestrerio?
«È una decisione aziendale, sorprendente per la tempistica, visto che avevano appena ottenuto la licenza di costruzione. Avranno fatto le loro valutazioni, sicuramente ponderate conoscendo la ditta in questione. Peccato ma non me la sento di stigmatizzare la Swatch, che ha operato delle sue valutazioni. Non so se a monte vi siano stati screzi, però so che con le autorità comunali tutto andava bene».
Possibile che sulla scelta abbiano influito le critiche che giungevano da più parti, sia per il fatto di occupare molti frontalieri sia dal fronte ambientalista?
«Potrebbe essere che le critiche abbiano influito nell'optare di non continuare con l'investimento. Da quanto so cercano comunque di collocare i lavoratori in Ticino. Dato che era emersa una certa ostilità, l'ipotesi che abbiano scelto di investire altrove secondo me è una lettura da non escludere».
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