che lo ha visto condannato per diffamazione ai danni della memoria di Giuliano Bignasca e lo fa, guarda caso, su Facebook. È un lungo post, il suo, un ironico "j'accuse" al Ministero pubblico, che lo ha «trasformato in innocente vittima del tragico sistema giudiziario ticinese», alla legge che lo ha «reso olocausto sacrificale sulla pira della barbarie leghista» e ad una «realtà liberticida, che impedisce alle persone che cazzeggiano su Facebook di dire ciò che pensano in serenità!»Si definisce «denunciato dal trotesco rampollo della famiglia Bignasca di evere leso l'onore del padre (ah ah) solo per aver in fede proferito nient'altro che la pura verità. Verità che tutte le bocche del Ticino sussurrano, e gracchiano da decenni!».Non ha intenzione di smettere di usare la sua ironia, e con un linguaggio volutamente tragico afferma: «Mioddio, mi ergo a paladino della libertà d'espressione, sebbene conscio che il mio petto si tingerà presto di rosso sotto gli ignobili colpi dei leghisti, non taccio! Volli, sempre volli, fortissimamente volli dire quello che ho detto, e mi ci sono pure divertito!»«Una solo consiglio gente - prosegue - Se domani vi trovate in una chat a parlare delle abitudini sessuali di Bomio (cosa di cui io non so assolutamente nulla, sia chiaro) state attenti, potrebbe denunciarvi per aver leso la sua onorabilità, e probabilmente la vincerebbe pure»E infine, annuncia di ritirarsi «serenamente nelle segrete di questa repubblica a cui ho tanto dato ed ho tanto amato e che mi ricambia con questo infame giogo!», concludendo con un «addio» scritto in maiuscolo.