«Abbiamo scelto due cause ai quali volevamo dedicare l'edizione del festival per portar loro attenzione. Desideriamo dare visibilità a Raif Badawi, che è imprigionato dal 2012, e qui si tocca la libertà di espressione, e al popolo eritreo, che viene da un paese che ha una delle dittature più pesanti e violente esistenti. A causa delle numerose violazioni dei diritti umani una buona parte degli eritrei sceglie, pur essendo una non scelta, la fuga, con un percorso che un calvario: penso alla torture che subiscono nel Sinai, e poi attraversano il Mediterraneo o altre vie, e incontrano ostacoli anche nell'integrazione. In Svizzera e in Ticino la comunità dell'Eritrea è molto presente, perciò ci tenevo a creare un dialogo con qualcosa che sembra lontanissimo invece è vicino, si devono creare dei punti in comune anche in situazioni tese, perché il processo di integrazione non è facile. L'idea è di aprirsi all'altro, è ciò che mi auguro per una società evoluta nel 2015».