POLITICA
Sul confine tra disperazione e coraggio. «Vedo un'energia incredibile, è bello essere qui»
Lisa Bosia Mirra racconta il suo toccante viaggio per testimoniare la realtà dei migranti tra Serbia e Croazia, in un centro profughi gestito da volontari della Repubblica Ceca.
BERKASOVO - Ha la voce rotta, Lisia Bosia Mirra, una voce che arriva da lontano, nitida attraverso il cellulare. Ha poco tempo per parlare, e ogni tanto si interrompe per rispondere in inglese a qualcuno o per sottolineare un'immagine che vede. Sono emozioni forti quelle che, assieme a Claire Fischer, sta vivendo portando un carico di vestiti sino a Belgrado. Nel frattempo, quando può, aiuta i profughi, caricandoli in auto e curandoli, nel limite del possibile.«Sono sul campo. Ci sono donne, bambini, afgani, iracheni, tantissimi siriani, un terzo ciascuno. C'è anche una famiglia dalla Somalia. Arrivano coi bambini dalla Macedonia...» Comincia a raccontare a ruota libera Lisa Bosia, senza aspettare le domande. «Questo è il punto di passaggio fra la Serbia e la Croazia, Berkasovo. Tutti sono stanchi e molto provati dal viaggio, ma ringraziano, sono gentilissimi e davvero disponibili. è commovente essere qui, c'è un'umanità in movimento».A gestire il campo, spiega, ci sono dei volontari della Repubblica Ceca. «Funziona bene, è un punto di transito. In questo momento in auto siamo in otto, fra cui un bambino, una donna che sta male per un calo di pressione, una signora anziana. Mi piacerebbe tanto poter avere un furgone!».Riusciamo a interrompere il suo fiume emozionato di parole.
Spiega, per chi non lo sapesse, in che cosa consiste la vostra missione?
«Abbiamo raccolto ottanta metri quadrati di giacche, pantaloni, vestiti da distribuire. Sono partiti con un camion che arriverà a Belgrado e scaricherà in tre centri. In una settimana abbiamo raccolto tantissimo, il triplo di quel che credevo. Questa è una parte: l'altra è la nostra, dove siamo qui per documentare e dare una mano dove possibile Un'esperienza forte emotivamente, ma nonostante ci siano persone sofferenti, che non sanno quale sarà il loro destino, è anche molto bello esserci e poter far qualcosa. Mentre parlo tre bimbi stanno scaricando l'auto... sono fantastici, c'è un'energia incredibile».
I ticinesi hanno mostrato solidarietà? Lei crede che essa si fermi al dare vestiti usati o si vorrebbe fare di più anche in merito all'accoglienza?
«Io credo che ciò che è importante è che queste persone avranno bisogno trovare rifugio da noi, in Austria, eccetera, anche se pochi vogliono venire in Svizzera. La realtà che vedo io è di persone solidali e disponibili, se guardo le ultime votazioni non si può dire la stessa cosa».
Dunque il vostro viaggio può lanciare anche un messaggio politico?
«Sicuramente è un messaggio che vuole dire di non aver paura di queste persone, siate disponibili, perché vengono dalla guerra perché non hanno nessuna altra possibilità. Ci sono persone molto anziane, gente in carrozzina, che non può più rimanere in Siria o in Iran, gente che parla di teste e mani mozzate. Storie che mi hanno colpito in particolare? A dire il vero non ho tempo di fermarmi a riflettere su ognuna».
È un'esperienza che rimarrà unica o la rifarete?
«Non saprei. La situazione è molto mobile. Sarebbe secondo me interessante per i giovani venire e vivere questo in prima persona. Per tornare qui devo sapere di fare qualcosa utile, magari con un furgone, altrimenti il mio lavoro è in Ticino nell'accoglienza. Quanto ho visto mi aiuterà ad agire meglio da casa. Ora devo scappare, ho di fronte a me qualcuno che ha bisogno...».E continua il viaggio di Lisia Bosia Mirra fra i migranti in fuga, tra speranza e disperazione. Foto: dal profilo Facebook di Claire Fischer
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