POLITICA
«Per Lega e UDC il dumping porta a facile consenso elettorale»
Pronzini e un gruppo di personalità di sinistra invitano il congresso del PS a prendere posizione a favore dell'iniziativa “Basta con il dumping salariale in Ticino”.
BELLINZONA - Una posizione chiara a favore dell'iniziativa popolare “Basta con il dumping salariale in Ticino” da assumere nel Congresso del 23 gennaio, pur essendo consci del fatto che non basta a risolvere il problema. Lo chiedono in una lettera inviata al membri del PS Pino Sergi, Enrico Borelli, Christian Marazzi, Mauro Beretta, Franco Cavalli, Igor Cima, Ivan Cozzaglio e Matteo Pronzini(che è il primo proponente dell'iniziativa, fra gli altri vi sono alcuni dirigenti sindacali e personalità della sinistra cantonale), dove non mancano stilettate ben precise contro i partiti borghesi, rei di trarre vantaggi elettorali dal dumping. «Non crediamo che l’iniziativa da sola basti a contrastare il dumping salariale. Siamo convinti che questo fenomeno debba essere combattuto sul terreno sociale, attraverso mobilitazioni dei salariati, unitarie, che partano dai problemi reali che essi incontrano quotidianamente sui luoghi di lavoro. Le proposte contenute nell’iniziativa, se accolta, saranno sicuramente di grande utilità per questa mobilitazione e questa lotta: ecco perché devono essere difese e l’iniziativa rappresenta un passo minimo ma importante inquesta direzione».A preoccupare è il controprogetto che il Gran Consiglio pare orientato a opporre all'iniziativa, qualcosa di simile a quanto proposto dall’ex deputato PPD Guidicelli. «La logica nella quale si muovono i partiti che oggi promuovono il controprogetto in realtà non vuole combattere il dumping salariale e sociale», si legge nella lettera. Poi parte l'attacco. «Per i partiti borghesi, Lega e UDC comprese, il dumping non è un problema, ma la soluzione del problema. Un problema che, ai loro occhi, si chiamacompetitività delle aziende, difesa e aumento dei margini di profitto. E la soluzione consiste nella diminuzione dei costi salariali, un obiettivo al cui raggiungimento gioca un ruolo essenziale la messa in concorrenza dei salariati, svizzeri contro immigrati, residenti contro frontalieri, ticinesicontro svizzero tedeschi: tutto va bene al fine di ottenere una costante pressione sui salari che li spinga verso il basso, quello che chiamiamo per l’appunto dumping salariale». Per queste forse, il dumping è «una manna: possono utilizzarlo costantemente, additando i lavoratori stranieri (nel caso ticinese in particolare i frontalieri) come responsabili del fenomeno, alimentando sentimenti di xenofobia e di odio razziale che possono poi trasformare in facile consenso elettorale. La credibilità di queste forze politiche nell’affrontare il dumping è pari a zero».A sostegno del controprogetto, viene portata l'argomentazione che applicare l'iniziativa costerebbe 10 milioni di franchi. «Il dumping salariale non lo si può combattere a costo zero, evidentemente. Rafforzare i controlli (un ispettore ogni 5000 addetti) e costituire una statistica dei salari effettivamente versati in Ticino sono certamente operazioni che hanno un costo, ma necessarie», rispondono i firmatari della lettera. «D’altronde, se proprio in termini di costi si dovesse ragionare, ci si dovrebbe chiedere: quali sono i costi sociali (in termini salariali, reddituali, fiscali, etc.) che la comunità subisce a causa del dumping salariale? Quali sono i costi umani, psicologici, sociali e culturali che l’avanzare del dumping rappresenta per la società ticinese? Sono enormi e lo saranno sempre di più».Il controprogetto pone come alternativa all'iniziativa il rafforzamento delle commissioni paritetiche. Anche qui, «tanto fumo e poco arrosto. Tanto per cominciare le commissioni paritetiche possono esistere solo laddove sono vigenti dei CCL. Ora, è a tutti noto che solo una minoranza di tutti i lavoratori e le lavoratrici attivi sono sottoposti ad un CCL con salari minimi obbligatori. In altre parole, la maggioranza dei salariati sfuggirebbe comunque al controllo di commissioni paritetiche “rafforzate”». Anche ove esse ci sono, afferma la missiva, il livello è basso, poiché vivono del contributo dei sindacati, ed hanno addirittura un atteggiamento simile a quello del padronato.
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