POLITICA
«Lo sciopero è l'unica arma per mostrare la dignità del nostro lavoro»
Paolo Gilardi, insegnante e membro del comitato di sciopero della funzione pubblica di Ginevra, parla di scuole e scioperi. «Le certezze stanno andando a catafascio»
BELLINZONA - Qualche mese fa, a Ginevra sette giorni di scioperi misero sotto gli occhi di tutti le problematiche delle scuole. Una situazione per certi versi simile si sta presentando in Ticino e MPS ha organizzato un dibattito per questa sera (alle 20.30 alle scuole commerciali di Bellinzona) con Paolo Gilardi, insegnante e membro del comitato di sciopero della funzione pubblica ginevrina. Con lui abbiamo parlato della situazione scolastica e della valenza dello sciopero in generale.
Cosa pensa della situazione della scuola in Ticino?
«Mi sembra di vedere che ci sono gli stessi problemi che c'erano a Ginevra. Da un lato sono legati alle politiche di austerity del Governo per le quali è facile individuare nell'insegnante il bambino viziato che vuole sempre tutto. Viene stigmatizzato il nostro mestiere in modo pesante, è lo stesso metodo per cui quando per ammazzare il proprio cane si dice che ha la rabbia. Poi vi è l'aspetto dei risparmi sulla scuola, sul futuro, sui giovani e sulla società in quanto tale. Un altro fattore importante importante è la perdita del senso della responsabilità professionale, nel senso che sempre più la scuola è incaricata di risolvere una serie di problemi che la società in quanto tale non sa risolvere. Le conoscenze e le cose da capire e studiare sono sempre maggiori, anche grazie all'informatica, con un accesso alla conoscenza infinito. Si moltiplicano le materie insegnate ma si riducono le ore per farlo e si perde il senso di ciò che si sta facendo, l'identità e la fiducia».
Cosa pensa dello "sciopero al contrario" dei docenti ticinesi?
«Francamente non credo a queste prove di buone volontà, dove si manifesta al sabato pomeriggio per esempio. Il problema è che chi ci sta di fronte, ovvero il Governo, deve rendersi conto che senza di noi niente è possibile. A Ginevra è stato lo sciopero in sé a far male e a far sì che si ritirassero le manovre economiche di risparmi e tagli strutturali: in sette giorni di sciopero i bambini non sono potuto andare a scuola e il funzionamento della città è stato perturbato dal fatto che i genitori dovessero tenerli a casa. È lo sciopero ad aver influito, non una prova di buona volontà in cui si dice "guardate come siamo bravi, siamo disposti a sacrificare un giorno di vacanza per fare altre cose", quasi come a intendere che nel resto del tempo non si fa nulla!»
Non c'è il rischio che i ragazzi prendano parte a scioperi legati alla scuola vivendoli come giorni diversi ma senza capire realmente le problematiche?
«Parlando della mia esperienza, è vero che per loro può essere una giornata di vacanza dove stare a letto fino a tardi. D'altra parte, quando si rendono conto che siamo in sciopero, che siamo in piazza a manifestare e torniamo ancora più stanchi di quando lavoriamo, capiscono che c'è anche altro. Noi con i ragazzi ne abbiamo discusso, sono molto aperti. Cominciano col sostenere che "voi, ricchi come siete, non avete diritto di scioperare, è una vergogna", poi parlandone capiscono che non si sciopera solo per noi ma anche per loro. A Ginevra c'è stato uno slancio importante di liceali, per loro non era l'occasione di rimanere a casa».
A suo avviso, lo sciopero è un'arma importante, in generale? Significa però non credere più nella politica e nelle istituzioni?
«Sono uno storico e come tale ho potuto constatare che da alcuni secoli è l'unica arma efficace non solo per imporre un rapporto di forza ma per sottolineare la dignità del nostro lavoro. Senza chi lavora non è possibile far funzionare la società, e lo si vede quando i lavoratori incrociano le braccia. Prendendo il caso di Ginevra, il governo che dirige il Cantone e i tagli alle spese pubbliche rappresenta il 15% della popolazione, dato è stato eletto col 45-50% dei votanti, che sono meno della metà. Non è dunque rappresentativo, è evidente come prenda direttamente gli ordini dalle organizzazioni padronali. Non ha quindi nulla di democratico, non lo è di certo più di uno sciopero».
Vede altri settori in Ticino dove potrebbero esserci scioperi?
«Non credo che la posizione degli assistenti sociali sia migliore di quella di Ginevra. Da noi si sono messi in sciopero massicciamente e non vedo ragioni oggettive per cui lo stesso non possa accadere in Ticino. Con la libera circolazione, i salari bassi pagati anche negli ospedali pubblici sono elementi che, oggettivamente, dovrebbero andare verso movimenti di sciopero, poi non si entra nella testa della gente».
Anche i frontalieri, per contrastare l'accordo fiscale, hanno parlato di sciopero.
«Non ho sentito, ma chiaramente siamo in una fase, anche a livello internazionale, in cui tutte le certezze che c'erano 20 anni fa sono andate a catafascio. Ho visto concretamente nel caso vissuto: gente che non aveva mai fatto sciopero e che anzi aveva una visione ideologica contro di esso, ora sciopera un giorno su due, e ciò significa che ci sono cose che cambiano, che le sicurezze che apparivano immutabili stanno scomparendo».
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