BELLINZONA - Scrisse su Facebook che Giuliano Bignasca era un «drogato che non ha scontato in prigione le sue condanne grazie a un certificato medico», ma non lo diffamò. Ieri la giudice Giovanna Roggero-Will in appello ha dato ragione ad Adriano Venuti, già assolto il 3 settembre scorso.Il caso si inquadra nel periodo in cui in Ticino teneva banco la vicenda di Arlind, il minorenne costretto a lasciare il cantone. Il ragazzo aveva presentato dei certificati medici, e la frase di Venuti voleva paragonarlo a Bignasca. «L'obiettivo era perciò quello di argomentare a favore di Arlind, la legittimità del ricorso a certificati medici evidenziando come, diversamente da Bignasca, il minore pur producendo certificati, non aveva potuto evitare l’allontanamento», si legge nella sentenza.Gli eredi di Bignasca, il figlio Boris e il fratello Attilio, lo avevano denunciato per diffamazione contro defunti. Secondo il procuratore pubblico John Noseda, una frase gravissima: «perché rivolta a un morto, che non può difendersi, e perché assolutamente non giustificata dal pubblico interesse. È giusto tirare in ballo Bignasca solo perché considerato un’icona dai leghisti? La difesa vuole dimostrare di aver detto la verità. Ma esiste un interesse pubblico nel far sapere che Bignasca era un consumatore di droga e che era stato condannato? La dottrina dice di no. Non a caso quando si parla dei defunti c’è un margine tabù di trent’anni in cui, di questa persona, non si deve parlare», disse in primo grado.La difesa replicò che del Nano sono gli eredi a voler parlare, usando la sua immagine ovunque. Dunque, si chiedevano, è lecito parlarne bene ma non in negativo? E la tesi resse, in primo grado come nel ricorso. Anzi, il Municipale socialista di Massagno sarà risarcito di 3600 franchi per le spese legali sostenute.Venuti apostrofò, sempre via Facebook, Massimiliano Robbiani dandogli dell'animale, e in questo caso è stato condannato per ingiuria.