BELLINZONA - Il giallo di Rodero continua a essere al centro dei discorso. Sui social, al bar, nei supermercati, nelle telefonate fra amiche: non si parla d'altro. Perché la maestra è stata uccisa? E si scava nel passato suo e del cognato indagato, a caccia di ogni dettaglio. Da dove viene questa sorta di morbosità nel conoscere tutto? Siamo tutti Sherlock Holmes? Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Kathya Bonatti.
Come mai questo caso suscita tanto scalpore? Il fatto che in Ticino accadano, per fortuna, pochi omicidi, il mistero, il suo essere una maestra?
«Molto viene dalla vicinanza. Si sentono molti fatti di cronaca ma vengono visti come lontani, quando accade nel proprio territorio la gente si sente come una sorta di grande famiglia, toccata da quanto accaduto. Questo fenomeno succede in due occasioni, quando ci sono questi delitti o quando ci sono dei grandi trionfi, come una vittoria sportiva».
Un omicidio suscita anche un sentimento di paura nella collettività?
«Non tanto, per il tipo di delitto. Se fosse stato un serial killer susciterebbe timore perché non si capisce come vengono scelte le vittime, ma quando si tratta di una questione ereditaria o di un rapporto fra due persone la vittima è molto individuata. Se si è di fronte a serial killer o a persone disturbate mentalmente non vi è un nesso logico fra le vittime, e dunque fa più paura».
Pensiamo ai due omicidi di Chiasso, non avevano scatenato un tale coinvolgimento, eppure erano vicini a noi. Come mai?
«Ma la vittima, in entrambi i casi, era un uomo. Quando è una donna, suscita maggior empatia, anche perché è più facile che siano le donne a immedesimarsi nella vittima. Un regolamento dei conti, per esempio, fa poco scena perché si vede spesso nei film, se ne legge sui giornali, fa parte ormai dell'immaginario collettivo. Ricordo che aveva fatto più scalpore quando erano morti a Lugano due persone omosessuali, essendo un mondo oscuro, trasgressivo».
Forse il fatto che la vittima fosse una maestra, dunque a contatto coi bambini, aiuta l'immedesimazione?
«C'è un sentimento in cui la donna viene vissuta come una di famiglia, perché si ha avuto a che fare con lei o perché si vive in un paese piccolo e lei stessa aveva contatto con tutti. È la differenza fra una grande città e un piccolo centro, dove nasce il sentimento di appartenenza».
Perché molte persone vogliono scoprire ogni dettaglio di vittima e presunto assassino, indagando addirittura nei profilo Facebook?
«In ognuno di noi c'è una parte oscura. C'è chi la vive nella realtà mettendo in pratica comportamenti crudeli, scorretti, cattivi, patologici, per arrivare sino in fondo anche criminologici. Altri la sublimano leggendo libri dell'orrore, gialli, guardando film pieni di omicidi, e c'è una sorta di catarsi su queste pulsioni. Altri invece hanno una curiosità di comprendere: un mistero enorme è ciò che c'è dietro la mente umana, da sempre. Ci si chiede come è possibile che una persona abbia vissuto per più di 40 anni una vita normale e poi abbia ucciso, si tenta di capire e sondare l'animo umano. Un'autoanalisi? Solo se fossero consapevoli che in ogni persona può esserci un momento in cui ci può essere una difficoltà a mantenere il controllo, ma non in questo caso: se il delitto è premeditato, c'è sempre un disturbo psicologico, è raro che l'avidità porti a commettere un omicidio, soprattutto per la freddezza mostrata dopo. Esistono comunque i cosiddetti acting out, i raptus, spesso presenti nei delitti passionali, di fronte a una freddezza come quella che traspare dal caso è difficile parlare di raptus».
Perché vi sono sempre più delitti nelle famiglie?
«Le famiglie sono spesso come bombe a orologeria, perché nonostante dovrebbero essere secondo l'immaginario collettivo luoghi di protezione, rassicurazione, nutrimento, in realtà le persone vi possono subire violenze fisiche, sessuali, di denigrazione, psicologiche, sessuali, di svalutazione».
Secondo lei, essere bombardati da trasmissioni e telefilm in cui si vedono omicidi e indagini possono fornire nuove "idee" a chi vuole uccidere?
«C'è l'effetto emulativo, pensiamo all'effetto Werther nei suicidi: non viene data la notizia quando accadono per non rischiare che qualcuno imiti. E lo stesso accade nelle sparatorie nelle scuole. Le persone labili possono avere in queste trasmissioni uno stimolo negativo. Oppure altre studiano il delitto perfetto, anche se non mi pare il caso di Rodero».
Dunque, ritiene che certi programmi siano negativi?
«Qual è il loro obiettivo? A meno che non si tratti di un caso irrisolto, che è comunque meglio che sia sviscerato dalla polizia e non dal pubblico, a cosa portano? Alla vittima, ormai morta, non porta beneficio, alle persone non del mestiere nemmeno, al limite può dare materiale in più agli inquirenti. Avrebbe un senso, ripeto, con casi che vengono riaperti, grazie alle maggiori opportunità che ci sono oggi per valutare delle prove, penso all'esame del DNA. Sennò è l'equivalente della gogna di piazza dell'epoca, infatti si dice che i processi avvengono in tv e non nelle aule di tribunale, con conseguente condizionamento mediatico su avvocati e su chi deve decidere».
Però, d'altro canto, vedere che tutti i colpevoli vengono scoperti dovrebbe avere un effetto deterrente, facendo capire che è di fatto impossibile mettere in atto il delitto perfetto, non pensa?
«Sì, ma il delitto perfetto davvero non esiste. A meno che una persona sia realmente mentalmente disturbata c'è sempre un nesso che porta al colpevole».