POLITICA
"Prima i nostri" in cinque punti
Il Comitato interpartitico ha preparato per la commissione un documento in cui propone cinque punti su cui lavorare. «Aspettiamo idee anche da altri gruppi, che vadano a beneficio dei ticinesi»
BELLINZONA - In un'intervista di qualche giorno fa alla Regione, Marco Chiesa aveva detto di essere pronto ad aiutare la commissione parlamentare che si dovrà occupare di trovare un sistema per applicare "Prima i nostri". Il Comitato interpartitico, dunque non solo il Consigliere Nazionale e il presidente dell'UDC Marchesi, oggi presentano cinque punti «che saranno condivisi con la Commissione del Gran Consiglio incaricata di elaborare gli atti parlamentari per l’applicazione", «pur senza averne alcun obbligo istituzionale o legale". Secondo il Comitato, «si tratta di un pacchetto di misure molto concrete, alcune già confezionate e altre in via di definizione che, se accolte, risponderanno ad alcuni importanti problemi che i ticinesi denunciano ormai da anni in svariati settori. L'applicazione di "Prima i nostri", infatti, richiede un intervento ad ampio raggio nella legislazione cantonale".Sono quindi cinque i punti elencati nel documento. Il primo riguarda il rapporto fra Stato e economia privata: «lo Stato, attraverso la sua legislazione, deve dare lavoro e sostegno tramite appalti, mandati diretti, contratti di prestazione, sussidi, eccetera, soltanto a quelle aziende ed entità economiche che si impegnano a rispettare la "preferenza indigena"".Si deve, secondo il gruppo, lavorare anche sulla fiscalità, dove «occorre un intervento cantonale per premiare fiscalmente le aziende che si impegnano a rispettare la preferenza indigena a mezzo di aliquote d’imposta agevolata (Label Tax)".Per quanto concerne le assunzioni, si propongono «la formalizzazione e l'estensione del modello di Ginevra a tutto il settore pubblico e parapubblico».Un altro punto toccato è quello della reciprocità. Bisogna «elaborare uno studio sulla reciprocità affinché vengano verificate le condizioni attraverso le quali devono passare le nostre aziende per lavorare in Italia. I risultati dello studio andranno poi rapportati alle condizioni che le ditte italiane riscontrano per lavorare in Ticino. Se si dovesse verificare una discriminazione delle ditte svizzere intervenire laddove il principio della reciprocità sancito dagli accordi bilaterali non viene rispettato».Infine, in tema di formazione e orientamento si punta sull'«analizzare i potenziali dei differenti settori economici ticinesi e mettere in atto una strategia di formazione e orientamento per recuperare professioni interessanti e ben retribuite. In particolare allestire un'offensiva sul settore sociosanitario per proteggerci dall'annunciata invasione di nuovo personale italiano (circa 3'500 frontalieri attualmente impiegati nel settore sociosanitario e iniziative di reclutamento di Firenze)». Il Comitato interpartitico spera anche nell'applicazione del 9 febbraio secondo il modello proposto dal Consigliere agli Stati UDC Peter Föhn, «che avrà un impatto concreto sulle misure e i provvedimenti che potranno e dovranno essere adottati in futuro anche nel nostro Cantone».I rappresentanti si dicono pronti a impegnarsi all'interno della commissione, augurandosi che arrivino presto proposte anche da parte di altri gruppi politici da discutere in un clima sereno. «Dopo settimane di polemiche e ostruzionismi è tempo di impegnarci tutti insieme per costruire soluzioni concrete che vadano a beneficio di tutti i ticinesi», termina la nota.
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