POLITICA
"Non voglio fare il capro espiatorio per un contenzioso fra due nazioni". Chiesto il rinvio a giudizio per Galeazzi, che si dice tranquillo: "ho sempre fatto il mio lavoro"
Nell'ambito dell'inchiesta Pecunia Olet, sono stati richiesti sei rinvii a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. Fra di essi, il democentrista, che è stato consulente dell'imprenditrice bresciana e residente a Lugano. "Non ho niente da nascondere"
BERGAMO -  “Non ci sto a fare da capro espiatorio per un contenzioso tra due nazioni. Sembra che tramite me l’Italia voglia accanirsi sul vecchio sistema bancario, che aveva regole ben diverse. Non ho niente da nascondere e sono assolutamente tranquillo. Ho messo in conto di andare dal giudice delle indagini preliminari cui racconterò quello che ho già riferito al pm. Spetterà al GIP decidere su un eventuale rinvio a giudizio”. Tiziano Galeazzzi parla a ticinonews.ch e appare tranquillo in merito alla richiesta di rinvio a giudizio nell’inchiesta Pecunia Olet, ed anzi vuol togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

Il democentrista è finito nell’indagine che coinvolge un’imprenditrice bresciana e alcuni suoi familiari, che trasferivano su conti ticinesi dei soldi provenienti probabilmente da reati tributari e fallimentari, perché è stato consulente della donna. Assieme a lei, infatti, è stato chiesto il rinvio a giudizio per, seppur a vario titolo, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, i genitori della, un fratello e i consulenti ticinesi Galeazzi, e il locarnese Roger Maibach.

Il democentrista ha sempre affermato di non essere a conoscenza della provenienza del denaro, perché ha sempre operato da bancario e consulente per la donna. Non poteva essere a conoscenza del fatto che in Italia ci fosse stato un delitto. “Ho seguito le regole vigenti e rispettato tutti i parametri. Spero che capiscano che sistema svizzero non è quello italiano. I fatti, inoltre, risalgono al 2002-2011 mentre gli accordi tar Svizzera e Italia al 2015. Ripeto, ho seguito le regole di allora”, ha aggiunto.

Per gli inquirenti, la frase chiave delle indagini è stata “magazzino di mele”, che stava a indicare i conti luganesi e locarnesi su cui i soldi dovevano finire.

L’udienza preliminare è prevista prima dell’estate.

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