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Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Disagio, sofferenza, potere, ma anche verità, coraggio e speranza: Monsignor Lazzeri e il tema degli abusi

Questa mattina la Diocesi ha presentato un progretto di aiuto a chi ha subito abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Con Valerio Lazzeri abbiamo parlato dell'argomento a 360°.

LUGANO - Una conferenza stampa per affrontare un tema scottante e di grande importanza quale gli abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Monsignor Lazzeri ha esposto un nuovo progetto secondo cui, seguendo le disposizioni di cui si è dotata la Conferenza dei vescovi svizzeri, vengono messe a disposizione di chi ha subito o ha assistito ad abusi due persone laiche e competenti (in questo caso, lo psichiatra Carlo Calanchini e la psicoterapeuta Rita Pezzati), per ascoltare e aiutare a trovare il coraggio di denunciare. Col Vescovo abbiamo parlato del problema, nel presente e nel passato. Quanto sente, personalmente, il problema degli abusi in ambito ecclesiastico? «Lo avverto soprattutto come pensiero che ci possano essere attualmente delle persone che hanno sofferto in passato e non riescano a trovare il coraggio, la forza e gli strumenti per arrivare a raccontare la loro vicenda. Quello che è stato presentato questa mattina vuole soprattutto aiutare questo genere di persone, coloro che hanno subito abusi e sono in grado di denunciare. Il vero problema è aiutarli ad arrivare a denunciare i propri abusanti, e con le misure presentate vogliamo mettere in atto ciò». Lei parla soprattutto al passato: ritiene dunque che in questo momento all'interno della Chiesa ticinese si possa stare tranquilli? «Il fatto di offrire un aiuto a chi ha subito in passato vuol dire anche accendere nel presente un'attenzione e una vigilanza, perché non si è mai del tutto al riparo. Alla conferenza stampa non c'erano persone pronte solo ad ascoltare chi ha subito, ma anche chi si occupa di prevenzione e preparazione, come la Dottoressa Caravanzano, del terreno, in modo che vi sia un clima in cui chi sta subendo ora degli abusi possa essere ascoltato nel suo disagio, per arrivare poi a risalire alle persone che ne sono la causa». Crede che sia più difficile denunciare abusi avvenuti in ambito ecclesiastico? «Un prete o un operatore pastorale sono figure pubbliche, con una loro autorevolezza. Non penso sia più difficile rispetto ad altri casi in cui le persone che abusano hanno a loro volta una figura pubblica, persone che possono causare una situazione di dipendenza verso chi è più fragile. Certamente vi sono delle implicazioni nel caso di ecclesiastici che rendono ancor più delicato il parlare, ci possono essere delle reticenze e dobbiamo fare in modo che esse non impediscano a chi ha sofferto di dirlo. Come mai secondo lei in passato vi sono stati tanti casi nella Chiesa, ovviamente non solo in Ticino ma nel mondo? «La Dottoressa Caranzano ha fatto notare che da quando si è cominciato a parlare di abusi sessuali su minori, l'impressione è stata di una moltiplicazione di casi, poi si è assistito a una diminuzione, mostrando quanto la prevenzione è importante e efficace. In passato sembrava che il fenomeno fosse meno presente perché se ne parlava di meno». Cosa scatta nella mente di un ecclesiastico che compie abusi? Qualcosa di diverso dai casi di persone che non fanno parte del mondo pastorale? «Il meccanismo è sempre quello del potere, sia in famiglia che altrove. Spesso gli abusi su minori sono abusi di potere, dove uno si sente più forte dell'altro e in diritto di soddisfare le proprie pulsioni sull'altro». Ritiene che gli obblighi di celibato e castità non influiscano? «I casi di abusi in famiglia sono talmente numerosi che portano a escludere che l'aspetto del celibato sia un fattore scatenante. La maggior parte delle persone che sono arrivate a parlarmi di questo problema avevano subito in famiglia, dove è ancor più difficile arrivare a denunciare un papà, una mamma o un zio rispetto a un ecclesiastico». C'è particolare attenzione anche durante la formazione di futuri preti al tema? «Nell'ambito della formazione dei futuri presbiteri c'è un'attenzione da anni all'aspetto psicologico. C'è un servizio di aiuto psicologico, chi si prepara a diventare prete viene reso attento sulle dinamiche che si possono scatenare. Ci sono strumenti che mettiamo a disposizione anche per i preti già in attività. È un discorso che va portato avanti, trovando sempre altre modalità per tenerlo presente e non farlo cadere nell'oblio». È capitato di ravvisare tendenze pericolose durante la formazione? Che provvedimenti sono stati presi? «Il disagio che può preparare a degli abusi prende delle forme molto diverse. Ci sono delle situazioni in cui si constata che la maturità affettiva non è stata raggiunta o non ci sono sufficienti garanzie di una tenuta psicologica, per cui si fa in modo che non prosegua nel cammino di preparazione. È successo già più volte. Offrite anche un servizio grazie al quale chi avverte pulsioni verso bambini può segnalarle. Crede che qualcuno avrebbe il coraggio di farlo? «Tenga presente che noi ci occupiamo di persone in ambito pastorale. Credo che bisogna essere pronti ad ascoltare il disagio come si formula. Una persona può cominciare a manifestare la propria difficoltà, un momento di crisi, a segnalare che non riesce a gestire una parte della sua vita: ecco, non dirà "sono un pedofilo", ma che ha delle difficoltà e deve farsi aiutare, il che è l'inizio di un percorso prezioso». Ha sempre detto che la giustizia deve punire chi commette abusi. Come si pone rispetto al concetto di perdono cristiano? «Ci sono diversi elementi da tener presente. Dipende molto da quale coscienza ha la persona che ha compiuto gli abusi. Penso che il perdono possa essere sperimentato solo nella verità. Il primo aiuto da offrire alla persona che ha abusato è farlo arrivare a dire "sì, io ho fatto questo", che è anche l'unico strumento in mano all'abusante per recuperare quel minimo di dignità che non si deve negare a nessuno». L'immagine della Chiesa ha risentito di alcuni casi passati? «Dobbiamo renderci conto che la verità non ha mai fatto male a nessuno. Ha pesato e pesa che siano avvenuti degli abusi, ma pesa ancor di più un atteggiamento non disponibile all'ascolto, dove c'è mancanza di trasparenza. Anche per noi l'unica via è quella di essere veri e di mostrarci capaci di assumere le cose che sono avvenute in una maniera che evolva positivamente. Ci devono essere comprensione e fermezza, la gente deve avere la percezione che non si tollerano abusi e che insieme si cerca il più possibile di avere come attenzione centrale coloro che hanno subito gli abusi». Vuole lanciare un appello a chi è stato o è vittima di abusi? «Direi loro di non lasciarsi vincere dalla paura, di non lasciare sommergere dalla sofferenza, di trovare il coraggio di farsi aiutare. Ci sono persone che sanno ascoltare e che danno una mano a fare un percorso. Anche se non si è ancora pronti a esporsi pubblicamente, si può fare qualcosa, c'è speranza per tutti».
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