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10.06.2022 - 09:420

Brenno Martignoni: Hugo Koblet, i trionfi, l'Agip, Marco Blaser... E una morte misteriosa

Nobile “pédaleur de charme”. Agilità. Eleganza. Fascino. Un’ascesa al pari di quella di una stella di Hollywood. James Dean

di Brenno Martignoni Polti

Nel 1950, vincitore del Giro d’Italia. In assoluto, il primo straniero a portarsi a casa la maglia rosa. Nel 1951, suo, il Tour de France. In trionfale volata a Parigi. Succedendo all’altro, nostro, Ferdi Kübler, che lo aveva conquistato l'anno prima. Hugo Koblet. Astro delle due ruote. Nobile “pédaleur de charme”. Agilità. Eleganza. Fascino. Un’ascesa al pari di quella di una stella di Hollywood. James Dean.

Aggraziato. Generoso. Potente. Carismatico dispensatore di entusiasmi. Magnetica star internazionale. Pezzo da novanta del ciclismo elvetico degli anni Cinquanta. Atleta folgorante e improvviso. Ancora avvolto da enigmatiche malie. Un campione tutto nostro. Il “falco biondo”. Come venne soprannominato. Idolo nazionale. Senza fronzoli. Esempio di lealtà. In quel Tour del 1951, un aneddoto emblematico. Koblet, sul finire del giro, ruggente come non mai, soffriva il caldo cocente. A corto di acqua. Ne chiese un po' a Gino Bartali. Questi prese la sua borraccia. Ne sorseggiò in abbondanza, per poi gettarne, noncurante, la rimanenza. Koblet non si scompose. Giorni dopo, la cronometro, di quasi 100 km, da Aix-les-Bains a Ginevra. Raggiunse Bartali, partito con ampio vantaggio. Mentre lo stava per doppiare, accortosi che il rivale non aveva più con sè borracce, senza uno sguardo, infilò la sua, ancora quasi piena, nell’apposita tasca di Bartali. Tirando poi dritto verso la vittoria.

Grazie alla sua fama e all'innata signorilità, Hugo Koblet fu cercato. Dall’AGIP di Enrico Mattei. Quale referente in Venezuela del “Cane a sei zampe Supercortemaggiore.” Vi rimase due anni. Con la moglie, la modella Sonja Buhl. Ci fu chi insinuò che vi era andato per operazioni speculative. Invero, all’epoca, a Caracas, così ci si poteva arricchire. Taluni, invece, sostennero che aveva voluto uscire da certi ambienti. Le illazioni si sprecarono. Tant’è. Il miraggio di facili guadagni, rimase tale. Anche perchè quelli che gli avevano promesso appoggi non si erano più visti.

A descriverlo, già Ovidio. Il poeta latino. "Finché sarai felice, conterai molti amici, ma se i tempi si fanno più grigi, sarai solo." Torna a Zurigo, con AGIP, a offrirgli la stazione di benzina del velodromo di Oerlikon. Seguì pure l'incarico di commentatore di gare ciclistiche. Debuttò, il 15 ottobre 1961, al fianco di Marco Blaser, per la cronometro di Lugano. Fecero coppia per tre anni. Ai rimproveri di prodigalità, la pronta risposta. “Io ne approfitto perché so che non avrò una vecchiaia, non ci arriverò”. Il 2 novembre 1964. Solo alla guida di un’ Alfa Romeo sport bianca. All’età di 39 anni, si schiantò contro un albero in aperta campagna. Tra Esslingen e Mönchaltdorf. Spirò alle ore 01.44 del 6 novembre, all'ospedale di Uster. Sulla carreggiata, non furono rinvenute tracce nè di frenata nè di sbandata. Ciò che fece supporre il malore. Timidamente, affiorò anche l’ipotesi depressione. Emerse pure che, esattamente in quel punto, dieci giorni prima, Hugo aveva già rischiato la vita. Per l’improvviso attraversamento di tre caprioli. Se incidente o se suicidio. Ad oggi, nessuno può dirlo. Di certo, fu salita all’Olimpo. Da eroe. Leggendario. Incomparabile.

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