Poetessa, madre nubile, insegnante e voce ribelle del Novecento: dalla Capriasca all’Argentina, una vita controcorrente conclusa davanti al mare

di Brenno Martignoni Polti
Avanguardista. Di prima metà del Novecento. Audace. In un contesto tutto orientato sulla supremazia maschile. Coraggiosa capofila. Alfonsina Carolina Storni nasce a Lugaggia. Capriasca. Il 29 maggio 1892. La mamma. Paulina Martignoni. Maestra. Il papà Alfonso Ambrogio. Industriale della birra. Tra l'altro, gerente di un caffè. Quando, dal 1896, la famiglia si trasferisce in Argentina, a Rosario, lei ha quattro anni. I genitori avviano una trattoria. Dopo la morte del padre (1906), le non poche difficoltà, costringono Alfonsina a lavorare. Fin da giovanissima. Tuttofare. Nelle mansioni più umili. Lavapiatti. Cameriera. Bucato e cucito. Nel contempo, un mito. Che fa il giro del mondo. Al pari di Frida Kahlo. Di quindici anni più giovane. Come lei, figlia di un immigrato. Da espatriata, nel 1907, Alfonsina si unì, come attrice, a una compagnia teatrale. Percorrendo, per un anno, in lungo e in largo, tutto il paese. Due anni dopo, decide l’abbandono delle scene. Seguirà la vocazione di insegnante a Santa Fe, nella Escuela Normal Mixta di Coronda. Conseguirà il diploma nel 1911. In quel periodo, Alfonsina incontrò il padre di suo figlio. Non ne rivelerà mai il nome. Nel 1912 si trasferì, sola, nubile e appena diciannovenne, a Buenos Aires, per dare alla luce Alejandro Alfonso, nato il 21 aprile dello stesso anno. Intanto, la sua fama va vieppiù affermandosi. Scrittrice ribelle. Declamatrice carismatica. Il suo impegno progressista assurge ad esempio. Ragazza madre. Le sue comparse. Ora impegnate. Ora poetico-sperimentali. La sua intraprendenza di fronte ai grandi interrogativi di una modernità “in fieri”. Le riflessioni mirate sulla vita nella metropoli. Messaggi incisivi ad una società caratterizzata e sopraffatta dalle migrazioni. Nel 1923 assunse l’incarico di insegnante di letteratura presso la Escuela Normal de Lenguas Vivas. Al tempo stesso, parte attiva e propositiva nella organizzazione delle biblioteche popolari di Buenos Aires. Si offre altresì al giornalismo. Firmandosi con lo pseudonimo di Tao Lao. Il successo di pubblico e l’attenzione dei colleghi scrittori, come anche della critica internazionale, trasfigurano in lei una sorta di irrequietezza interiore. Di frenesia creativa. Nell’affanno di apprendere e progredire. Lascia così la didattica e si mette in viaggio. Negli anni Trenta si trova in Europa. Entra in contatto con numerosi intellettuali. Un’esperienza che arricchirà l’evoluzione del suo stile. Tra altri, Jorge Luis Borges, Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Federico García Lorca. Il 20 maggio 1938 viene operata per neoplasia al seno. La patologia però non si ferma. Cinque mesi dopo, il 25 ottobre, nella città costiera di Mar del Plata. Dalla spiaggia La Perla. Si volge al mare. Volontariamente. Si incammina nell’acqua, fino a sparire. Una determinazione studiata. Quasi da antologia. Tanto perfetta, da portarla, immediatamente prima, ad inviare al quotidiano “La Nación”, un estremo sussurro. In pratica, il suo sentito necrologio. Una toccante lirica di addio. “Voy a dormir”. Vado a dormire. L’ennesimo colpo di scena di una biografia ricchissima di contenuti. Mai scontata. Un percorso e una personalità pregnanti. Ispirazione anche di un celeberrimo tango. “Alfonsina y el mar”. Alfonsina e il mare. Di Ariel Ramírez e di Félix Luna. Interpretato e reso famoso da Mercedes Sosa. Brano, pure fatto proprio da numerosi musicisti e cantanti di lingua spagnola e non. Finanche, Franco Simone, Eugenio Bennato, l’ensemble L’Arpeggiata (con Lucilla Galeazzi alla voce). Franca Masu, la massima esponente della musica catalana di Alghero. Antonella Ruggiero. Nel 1982, Luis María Serra portò in musica molte poesie di Alfonsina Storni, che furono interpretate dalla cantante argentina Marikena Monti. Tutto ciò, l’ha resa emblema. Ferrea. Con anima. Noncurante delle dicerie sulla sua persona, l’interessata medesima, si considerava un’artista della parola e voleva essere letta. Fu poetessa, elzevirista, saggista, autrice di testi teatrali. Regista. “Sola sono tornata al viale solitario dove passammo una sera all’imbrunire. Invano, alla luce di una pallida luna, ho cercato sull’umida terra le orme dei nostri passi incerti”. Una consapevolezza. Di inviolabile lucidità. Infinita.
di Brenno Martignoni Polti
Avanguardista. Di prima metà del Novecento. Audace. In un contesto tutto orientato sulla supremazia maschile. Coraggiosa capofila. Alfonsina Carolina Storni nasce a Lugaggia. Capriasca. Il 29 maggio 1892. La mamma. Paulina Martignoni. Maestra. Il papà Alfonso Ambrogio. Industriale della birra. Tra l'altro, gerente di un caffè. Quando, dal 1896, la famiglia si trasferisce in Argentina, a Rosario, lei ha quattro anni. I genitori avviano una trattoria. Dopo la morte del padre (1906), le non poche difficoltà, costringono Alfonsina a lavorare. Fin da giovanissima. Tuttofare. Nelle mansioni più umili. Lavapiatti. Cameriera. Bucato e cucito. Nel contempo, un mito. Che fa il giro del mondo. Al pari di Frida Kahlo. Di quindici anni più giovane. Come lei, figlia di un immigrato. Da espatriata, nel 1907, Alfonsina si unì, come attrice, a una compagnia teatrale. Percorrendo, per un anno, in lungo e in largo, tutto il paese. Due anni dopo, decide l’abbandono delle scene. Seguirà la vocazione di insegnante a Santa Fe, nella Escuela Normal Mixta di Coronda. Conseguirà il diploma nel 1911. In quel periodo, Alfonsina incontrò il padre di suo figlio. Non ne rivelerà mai il nome. Nel 1912 si trasferì, sola, nubile e appena diciannovenne, a Buenos Aires, per dare alla luce Alejandro Alfonso, nato il 21 aprile dello stesso anno. Intanto,
la sua fama va vieppiù affermandosi. Scrittrice ribelle. Declamatrice carismatica. Il suo impegno progressista assurge ad esempio. Ragazza madre. Le sue comparse. Ora impegnate. Ora poetico-sperimentali. La sua intraprendenza di fronte ai grandi interrogativi di una modernità “in fieri”. Le riflessioni mirate sulla vita nella metropoli. Messaggi incisivi ad una società caratterizzata e sopraffatta dalle migrazioni. Nel 1923 assunse l’incarico di insegnante di letteratura presso la Escuela Normal de Lenguas Vivas. Al tempo stesso, parte attiva e propositiva nella organizzazione delle biblioteche popolari di Buenos Aires. Si offre altresì al giornalismo. Firmandosi con lo pseudonimo di Tao Lao. Il successo di pubblico e l’attenzione dei colleghi scrittori, come anche della critica internazionale, trasfigurano in lei una sorta di irrequietezza interiore. Di frenesia creativa. Nell’affanno di apprendere e progredire. Lascia così la didattica e si mette in viaggio. Negli anni Trenta si trova in Europa. Entra in contatto con numerosi intellettuali. Un’esperienza che arricchirà l’evoluzione del suo stile. Tra altri, Jorge Luis Borges, Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Federico García Lorca. Il 20 maggio 1938 viene operata per neoplasia al seno. La patologia però non si ferma. Cinque mesi dopo, il 25 ottobre, nella città costiera di Mar del Plata. Dalla spiaggia La Perla. Si volge al mare. Volontariamente. Si incammina nell’acqua, fino a sparire. Una determinazione studiata. Quasi da antologia. Tanto perfetta, da portarla, immediatamente prima, ad inviare al quotidiano “La Nación”, un estremo sussurro. In pratica, il suo sentito necrologio. Una toccante lirica di addio. “Voy a dormir”. Vado a dormire. L’ennesimo colpo di scena di una biografia ricchissima di contenuti. Mai scontata. Un percorso e una personalità pregnanti. Ispirazione anche di un celeberrimo tango. “Alfonsina y el mar”. Alfonsina e il mare. Di Ariel Ramírez e di Félix Luna. Interpretato e reso famoso da Mercedes Sosa. Brano, pure fatto proprio da numerosi musicisti e cantanti di lingua spagnola e non. Finanche, Franco Simone, Eugenio Bennato, l’ensemble L’Arpeggiata (con Lucilla Galeazzi alla voce). Franca Masu, la massima esponente della musica catalana di Alghero. Antonella Ruggiero. Nel 1982, Luis María Serra portò in musica molte poesie di Alfonsina Storni, che furono interpretate dalla cantante argentina Marikena Monti. Tutto ciò, l’ha resa emblema. Ferrea. Con anima. Noncurante delle dicerie sulla sua persona, l’interessata medesima, si considerava un’artista della parola e voleva essere letta. Fu poetessa, elzevirista, saggista, autrice di testi teatrali. Regista. “Sola sono tornata al viale solitario dove passammo una sera all’imbrunire. Invano, alla luce di una pallida luna, ho cercato sull’umida terra le orme dei nostri passi incerti.” Una consapevolezza. Di inviolabile lucidità. Infinita.