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Ultimo aggiornamento: 17.10.2019 21:41
Svizzera
19.11.2015 - 11:390
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

«L'uguaglianza salariale è un investimento anche per le aziende, ma loro non l'hanno ancora capito»

L'economista Maria Luisa Parodi commenta l'iniziativa del Consiglio Federale di introdurre più controlli sulla parità salariale. «Si tratta semplicemente di far rispettare la legge. Un controllo statale? Assolutamente no»

BERNA - Il Consiglio Federale si attiva per il controllo della parità salariale fra uomini e donne all'interno delle aziende. In consultazione andrà un'iniziativa, che era attesa a dire il vero già in primavera, che richiede a quelle con più di cinquanta collaboratori di provvedere ogni quattro anni ad una certificazione esterna della situazione interna. Ne abbiamo parlato con l'economista Maria Luisa Parodi, Presidente del BPW (Business Professional Women) Club Ticino e membra del Comitato Faft Plus e Forum 54 Donne Elettrici Come giudica questa misura? I sindacati affermano che sia troppo poco, le associazioni economiche che sia troppo, lei cosa ne pensa? «È un piccolo passo che sostituisce l'inerzia dei risultati del "Dialogo salariale", dopo che si è constatato che le aziende non hanno volontariamente modificato il loro atteggiamento, e non hanno partecipato a questa opportunità. È un timido invito ad andare verso il rispetto della legge. Non piacciono gli interventi statali nell'economia, ma si deve capire che se le cose non cambiano da qualche parte si deve iniziare. Le aziende non paiono aver capito che ci si deve adeguare alla legge e non hanno neppure compreso che si tratta di un investimento in termini economici per il futuro: le competenze femminili saranno sempre più necessarie, sia per un problema demografico di forza lavoro sia per il fatto che esse sono e saranno più formate. È un ragionamento anche di utilità economica, di cui le ditte medie non hanno consapevolezza, mentre le più grandi si sono già messe a lavorare». Non sarà lo Stato direttamente a effettuare i controlli ma bisognerà rivolgersi a un ente terzo. Significa che lo Stato, in fondo, non ha fiducia nelle aziende? Oppure è un controllo statale indiretto? «Molte attività aziendali che riguardano il rispetto della legge sono affidate alla certificazione esterna. Il messaggio è che rispettare la parità salariale vuol dire rispettare la legge e dunque entra nel novero delle questioni da certificare esternamente. Assolutamente non è un controllo statale indiretto, è semplicemente un dare legittimità a questa tematica, così come altri obblighi a cui le aziende sono tenute. Il fatto che non sia stata rispettata sinora è un'eccezione, sono stati dati alcuni anni per regolarsi volontariamente, coerentemente con il sistema economico liberale del nostro paese, ma se non funziona si deve procedere altrimenti. Quando lo Stato interviene non si può pretendere che lo faccia in modo perfetto o coerente con i desideri di tutti, è un messaggio simbolico sulla direzione che voglia venga presa, ovvero rispettare la legge». Due terzi delle aziende si sono dette favorevoli. Non hanno nulla da nascondere oppure pensano di potersi adeguare in tempi rapidi? «Entrambe le cose. Non si tratta di un onere finanziario particolarmente elevato, e molte aziende probabilmente hanno già considerato l'aspetto anche internamente. Tante si sono rese conto che la differenza salariale è la punta dell'iceberg e che la componente femminile viene poco valorizzata, e hanno capito che valorizzandola hanno profitti interessanti. Dunque ciò che vuole lo stato è coerente con quanto stanno già realizzando al loro interno». Avenir Suisse ha replicato che la disparità salariale non è immotivata ma dovuta al fatto che le ambizioni sono diverse fra uomini e donne. Queste ultime si accontenterebbero di rimanere a un piano più basso. Come risponde? «Il punto debole dello studio risiede nella premessa: le scelte delle donne rispetto a maggiore flessibilità e part time non è mai, o quasi mai, una scelta libera ma condizionata dal fatto che esse sanno che su di loro ricadono oneri e obblighi legati sia al lavoro che alla famiglia e di conseguenza prendono delle strade coerenti con la realtà con cui dovranno fare i conti. Avenir Suisse elabora conclusioni deboli a partire da qui. Non va bene pensare che le aziende non abbiano responsabilità o tattiche da mettere in atto. Devono valorizzare meglio i talenti femminili che hanno al loro interno, e le istituzioni dal canto loro devono darsi da fare affinché la conciliazione lavoro-famiglia sia più efficace e non sia solo un problema delle donne. Sono assolutamente necessari e vanno perseguiti congedi di paternità e parentali, sono degli investimenti importanti per l'economia del paese. Dire che le aziende non devono fare nulla perché le donne scelgono diversamente è sbagliato».
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