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17.02.2022 - 09:350

Due anni vissuti pericolosamente. Ecco come il virus arrivò tra noi

Proponiamo alcuni passaggi delle prime pagine del libro “Pandemia”, scritto da Marco Bazzi e Andrea Leoni, pubblicato dall’Editore Dadò nel dicembre del 2020

Sono trascorsi due anni. Due anni che hanno sconvolto il mondo, le nostre vite, le nostre abitudini, le nostre relazioni. Due anni di paura e di lutto, di rinunce, di timori per le conseguenze del virus sul piano sanitario, sociale ed economico. Due anni durante i quali non sono cambiati soltanto il nostro comportamento e i nostri gesti quotidiani. È cambiato anche il nostro lessico, al quale si sono aggiunte parole che abbiamo ripetuto e sentito ripetere migliaia di volte: pandemia, lockdown, check-point, telelavoro, quarantena, isolamento, tampone, task-force, vaccino, booster, green pass, 2G in tutte le sue varie declinazioni… Due anni che sembrano un’eternità, che ci hanno cambiato nel profondo, durante i quali abbiamo imparato che la realtà supera davvero ogni possibile immaginazione. Oggi, giorno storico per la Svizzera, che festeggia il Freedom Day, non senza timori per ciò che ci riserverà il futuro, è anche il momento per ritornare con la memoria ai primi mesi dell’anno Duemilaventi. Proponiamo alcuni passaggi delle prime pagine del libro “Pandemia”, scritto da Marco Bazzi e Andrea Leoni, pubblicato dall’Editore Dadò nel dicembre di due anni fa.

- Le prime notizie su un misterioso e micidiale virus arrivano da Wuhan, una metropoli cinese di oltre 11 milioni di abitanti, poco conosciuta in Occidente, ma collegata con voli diretti all’Europa e al Nord America. Wuhan è la capitale della provincia dell’Hubei e si trova a un migliaio di chilometri a sud di Pechino e a ottocento ad ovest di Shangai.

All’ospedale di Wuhan lavora il dottor Li Wenliang, 34 anni. Non è un virologo, non è un infettivologo e neppure uno scienziato. È un oftalmologo e cura le malattie degli occhi. Eppure, alla fine del dicembre 2019, è tra i primi medici ad accorgersi di quelle strane e gravi polmoniti che iniziano ad arrivare in corsia. Il dottor Li, valutando i sintomi, ipotizza che possa trattarsi di un nuovo Coronavirus, parente stretto della SARS, che nel 2002 comparve sempre in Cina nella provincia del Guandong.

In pochi mesi la SARS si diffuse in altri 30 paesi, per la maggior parte asiatici (Hong Kong, Singapore, Taiwan, Vietnam…), ma anche, seppur con pochissimi infetti, in Canada, Stati Uniti ed Europa. Come nel caso del nuovo Coronavirus, il traffico aereo tra Oriente e Occidente fu determinante nella diffusione dell’epidemia.

 

Il 9 marzo in un’opinione pubblicata dal Corriere della Sera, la virologa Ilaria Capua spiega con queste parole il fenomeno del contagio galoppante: “Circa 10'000 anni fa compare dal nulla una malattia che inizia a colpire l’uomo. Questo virus, che fu il virus della peste bovina divenuto poi morbillo, si è spostato a piedi, passo dopo passo, con gli uomini infetti di allora, e circola nella popolazione umana da millenni. Il Coronavirus è divenuto pandemico nel giro di poche settimane. È figlio del traffico aereo, ma non solo: le megalopoli che invadono territori e devastano ecosistemi creano situazioni di grande disequilibrio nel rapporto uomo-animale. Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, la fuoriuscita di un virus pandemico dal suo habitat silvestre e la sua diffusione globale, che diventa un’onda inarrestabile, invade le nostre vite, le nostre case e i nostri affetti”.

(…)

La prima volta che in Ticino si accenna ai potenziali rischi di un’epidemia di Covid-19 a livello cantonale è il 27 gennaio 2020. “Allo stato attuale – si legge in un comunicato stampa del Dipartimento sanità e socialità (DSS) -  la popolazione non ha alcun motivo di preoccupazione, tutti i casi al di fuori della Cina sono esportati e non vi sono finora casi di contagio fuori dai confini cinesi”.

Il Dipartimento invita comunque tutti “i cittadini che si fossero recati negli ultimi 14 giorni nella regione a rischio, ossia la Cina, e che manifestassero sintomi respiratori e/o febbre a evitare di presentarsi spontaneamente nelle strutture sanitarie, ma di rivolgersi esclusivamente per telefono al proprio medico di famiglia, al Servizio di guardia medica, alla Centrale di soccorso 144 o al Pronto soccorso del Cantone, segnalando i sintomi e il contatto con la Cina”.

Quando il DSS pubblica questa nota, Wuhan è già in lockdown da quattro giorni e rimarrà blindata per altri settantadue. Quarantotto ore prima il presidente Xi Jinping aveva dichiarato ufficialmente che la situazione in Cina era grave.

Dall’Asia arrivano immagini da film apocalittici: le strade della metropoli sono deserte e presidiate da carri armati e checkpoint di militari e polizia, gli ospedali traboccano di pazienti e i medici sono bardati come astronauti. Sono scene che in Occidente sembra impossibile anche riuscire a immaginare. 

“All’inizio, come penso per tanti altri cittadini svizzeri ed europei, il Covid-19 era qualcosa di molto lontano e sconosciuto – ricorda Christian Vitta, che allora era presidente del Consiglio di Stato, durante l’intervista che realizziamo a mezza estate -. Vi era la sensazione che la pandemia riguardasse altri e che non avrebbe mai toccato il mondo occidentale. Quando il virus si è manifestato in Cina seguivo le notizie con curiosità e interesse, ma come un avvenimento che sarebbe rimasto distante dalla nostra realtà”.

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In Ticino, però, c’è già allora chi si preoccupa e secondo la testimonianza del direttore del DSS Raffaele De Rosa, raccolta per questo libro, le autorità sanitarie iniziano a immaginare gli effetti di un possibile arrivo del virus. Il 2 gennaio il ministro ha compiuto 47 anni. Da meno di un anno ha lasciato la carica di sindaco di Riviera per il Consiglio di Stato, dove è stato brillantemente eletto nell’aprile del 2019, dopo una lunga carriera in Gran Consiglio, scalzando il suo predecessore e collega di partito Paolo Beltraminelli.

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“In Ticino abbiamo cominciato ad alzare le antenne già a inizio gennaio, quando dalla Cina arrivavano le prime notizie di queste morti dovute a una strana polmonite – ci racconta il direttore del DSS -. L’attenzione è scattata subito grazie all’esperienza del medico e del farmacista cantonale e dei nostri esperti, che hanno avuto l’intuito di prendere subito seriamente la questione. Al DSS, insomma, non abbiamo mai pensato che si trattasse di una semplice influenza. Poi, verso metà mese, l’OMS e l’Ufficio federale della sanità, hanno cominciato ad elevare il livello di allarme anche se, come si ricorderà, le notizie che arrivavano da un luogo lontano come la provincia dell’Hubei erano per certi versi confuse e interlocutorie. Il gruppo di coordinamento cantonale Coronavirus è stato creato con una risoluzione governativa e si è riunito per la prima volta il 27 gennaio. Quel giorno erano presenti molti esperti nell’Ufficio del medico cantonale e io sono andato all’incontro proprio per sottolineare l’importanza di quel gruppo, invitando tutti a tenere alto il livello di attenzione”.

 

Come si noterà, il paragone ricorrente con l’influenza in Occidente è stato il fattore caratterizzante della fase iniziale della pandemia. Molti medici e politici tendevano a minimizzare l’effetto del nuovo virus associandolo a quello della comune grippe autunnale. Ciò accadrà anche dopo la scoperta dei primi casi in Europa e negli Stati Uniti, fino a quando anche in questo emisfero del Mondo gli ospedali inizieranno a riempirsi oltre il livello di guardia -.

 

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