TRIBUNA LIBERA
Andrea Gehri: "Iniziativa antidumping? No grazie"
Il presidente della Camera di commercio: "Una misura che pretende di proteggere i lavoratori finisce per indebolire le aziende che li impiegano"
TIPRESS

di Andrea Gehri *

La Cc-Ti, unitamente alle aziende ticinesi, sostiene con convinzione un mercato del lavoro ordinato, trasparente e rispettoso delle regole. La tutela dei lavoratori è un pilastro che non può essere messo in discussione. Proprio per questo, è fondamentale distinguere tra misure utili e strumenti che, pur presentati in modo accattivante, rischiano di creare più problemi di quanti ne risolvano. L’iniziativa antidumping appartiene purtroppo a questa seconda categoria.

Dietro uno slogan accattivante, una misura profondamente sbagliata
La denominazione dell’iniziativa è indubbiamente efficace dal punto di vista comunicativo. “Antidumping” suona bene, rassicura, sembra offrire una protezione immediata e semplice. Ma è proprio qui che occorre prudenza: non lasciamoci ingannare da slogan ideologici. La realtà è ben diversa.

Questa iniziativa non combatterà in alcun modo il dumping salariale. Anzi, rischia di danneggiare proprio quel contesto economico che garantisce lavoro, valore aggiunto e benessere al nostro Cantone.

Nel nostro Cantone le tutele esistono e funzionano:

contratti collettivi con salari minimi;
Commissione tripartita attiva e vigilante;
Ufficio dell’Ispettorato del lavoro operativo;
salario minimo cantonale già applicato.
Aggiungere ulteriori livelli normativi non rafforza le protezioni: le duplica, le confonde e le appesantisce e, soprattutto, delegittima il partenariato sociale e i contratti collettivi di lavoro. L’iniziativa nasce quindi da una premessa errata: il supposto “vuoto legislativo” semplicemente non esiste.

Le imprese ticinesi, soprattutto quelle piccole e medie, chiedono da anni semplificazione normativa e flessibilità nel rispetto delle regole. Questa iniziativa va invece nella direzione opposta: introduce nuovi adempimenti, nuove procedure e nuovi tempi d’attesa, mancando peraltro clamorosamente l’obiettivo di combattere il dumping tanto declamato.

Significa distogliere energie dall’innovazione, dagli investimenti e dall’occupazione per dedicarle alla burocrazia e a controlli duplicati.

Una misura che pretende di proteggere i lavoratori finisce così per indebolire le aziende che li impiegano. E quando l’economia perde competitività, i posti di lavoro non aumentano: diminuiscono. Si disincentivano imprenditori e imprese, rendendo il nostro Cantone ancora più fragile.

Il sistema attuale, che lo ricordiamo controlla già dieci volte più della media svizzera, permette di intervenire in modo mirato e proporzionato sui casi sospetti di dumping. L’iniziativa introduce invece un modello rigido, scollegato dalle reali esigenze dei diversi settori e sovrapposto agli organismi che operano con competenza sul territorio.

Il risultato non sarebbe una maggiore protezione, bensì più confusione, più burocrazia e una maggiore ingerenza dello Stato in dati sensibili che riguardano tutti noi.

Il Ticino compete ogni giorno con i Cantoni confinanti per attrarre investimenti, imprenditori e nuove opportunità di lavoro. Un’iniziativa che irrigidisce il mercato e complica l’attività economica manda un messaggio chiaro: «qui fare impresa è più difficile».

E quando alternative più snelle e prevedibili si trovano a pochi chilometri di distanza, la conseguenza è ovvia: si investe altrove.

Come Cc-Ti ribadiamo un punto essenziale: il dumping salariale, laddove rilevato e praticato volontariamente, va combattuto senza esitazioni. Ogni abuso salariale è inaccettabile e danneggia l’immagine e la credibilità del nostro mercato del lavoro. Gli autori di comportamenti scorretti devono essere perseguiti e sanzionati in modo esemplare.

Ma questo non giustifica l’adozione di misure ideologiche e inefficaci.

L’iniziativa antidumping non protegge i salari, non rafforza i controlli e non migliora il mercato del lavoro. È uno slogan che promette molto ma non mantiene nulla. Aggrava la burocrazia, indebolisce la competitività e rischia di allontanare imprese e posti di lavoro dal nostro Cantone.

Come Cc-Ti crediamo che il Ticino debba scegliere soluzioni che funzionano davvero, non misure di solo impatto comunicativo. La tutela dei lavoratori si garantisce applicando con rigore gli strumenti già esistenti, non creando nuove barriere che penalizzano tutti: imprese, economia e gli stessi lavoratori.

* Presidente Cc-Ti

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