TRIBUNA LIBERA
Giuseppe Cotti: “Magistrati, il vero problema è la selezione”
Il deputato del Centro: “Non basta criticare il sistema di nomina, serve rafforzare il processo di valutazione dei candidati per garantire credibilità alla giustizia”
TiPress / Elia Bianchi

di Giuseppe Cotti *

In prossimità dell’elezione di nuovi magistrati, in Ticino, le cose seguono un copione ormai noto: i partiti accendono i motori, gli animi si scaldano e, puntualmente, si riaccendono anche le polemiche. In Parlamento non mancano interventi che, non di rado, assumono il tono di vere e proprie requisitorie.

Non neghiamolo: lo spettacolo che si ripete a ogni elezione non fa bene al Paese, non fa bene alle istituzioni e soprattutto non fa bene al potere giudiziario. Il rischio è di delegittimare il nuovo eletto ancora prima che inizi il suo lavoro, con un esito del tutto controproducente. L’impressione di una semplice spartizione partitica delle cariche è diffusa e nessuno sembra davvero impegnarsi a smentirla.

Paradossalmente, nel momento dell’elezione i magistrati si ritrovano così appiccicata addosso una casacca che poi li accompagna per tutta la loro carriera, quasi fosse un delitto cambiare partito o prendere le distanze da quell’appartenenza.

A parole, tutti sembrano pronti a criticare il sistema. Quando però si tratta di avanzare soluzioni concrete, il discorso diventa molto più complesso e delicato, come ben ricordano i costituzionalisti. La nomina dei magistrati tramite il Parlamento non è infatti un’anomalia: ha una sua legittimazione storica e tecnica ed è presente nella maggior parte dei Cantoni svizzeri, oltre che in diversi altri Paesi.

Certo, è lecito riflettere su un cambiamento più radicale del sistema. Ma una simile riforma richiederebbe una maturazione politica profonda e una revisione dell’intero assetto costituzionale. Non sono nemmeno sicuro che un cambiamento di paradigma eliminerebbe automaticamente le critiche. E comunque, trattandosi di materia costituzionale — e non dello statuto di un’associazione di paese — è evidente che un’eventuale riforma non sarà per domani.

Il tema, per me, oggi è un altro. Lo percepisco con maggiore chiarezza da qualche mese, da quando sono entrato a far parte della Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio. Il vero nodo è il processo di selezione dei candidati, che non possiamo più permetterci di mantenere negli attuali termini.

Come parlamentari siamo spesso pronti a criticare il Governo quando sceglie persone, per posizioni di responsabilità, attraverso procedure di selezione discutibili. Dovremmo però avere anche l’onestà di riconoscere che i primi a nominare persone con un processo di selezione fragile, nelle più alte cariche dello Stato, siamo proprio noi parlamentari.

Non me ne voglia l’attuale Commissione di esperti incaricata della valutazione dei candidati: è di certo composta da persone rispettabilissime, competenti e dotate di esperienza. Tuttavia, l’esame che essa svolge non è — e con l’attuale composizione non può essere — completo. Il risultato è che i profili di competenze necessari per svolgere la funzione di procuratore pubblico o di giudice non vengono valutati nella loro interezza.

Per esercitare la funzione giudiziaria, infatti, le competenze sociali, caratteriali e umane sono spesso importanti almeno quanto — se non più — delle competenze tecnico-giuridiche.

Per questo è fondamentale chinarsi sulla composizione della Commissione di esperti, integrandola con specialisti in psicologia applicata e in assessment professionale. Le competenze giuridiche sono indispensabili, ma non bastano: chi è chiamato a giudicare deve possedere anche equilibrio, capacità relazionali, solidità caratteriale e senso della misura.

Se continuiamo a lamentarci del sistema senza avere il coraggio di migliorarne i meccanismi concreti, restiamo prigionieri delle stesse polemiche che ciclicamente delegittimano la giustizia.

La credibilità delle istituzioni non si difende rilasciando dichiarazioni indignate dopo l’elezione di ogni magistrato, ma costruendo procedure di selezione serie, rigorose e complete.

Su questo punto la responsabilità è nostra, del Parlamento. E non possiamo più far finta di non vederlo. 


* Deputato in Granconsiglio - Il Centro

 

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