TRIBUNA LIBERA
Durisch:"Fino a quando resteremo un baliaggio?"
"Per troppo tempo il Ticino ha pensato che il proprio compito fosse rendersi conveniente, con manodopera a basso costo, aliquote leggere e discrezione"

di Ivo Durisch*

I fallimenti della politica economica ticinese – Copernico, il miraggio del lusso e la fine della rendita bancaria – sono noti e hanno un elemento comune dal quale dovremmo trarre un insegnamento: non basta attirare attività, capitali e posti di lavoro se non si riescono a radicare sul territorio anche proprietà, competenze e potere decisionale. Un’economia fondata soprattutto sui vantaggi di posizione rimane inevitabilmente fragile, perché dipende da condizioni esterne e da decisioni prese altrove. Chi controlla direzione, capitale, marchio, brevetti, ricerca e rischi d’impresa trattiene normalmente anche una parte rilevante dell’utile. Attorno a queste funzioni nascono inoltre i posti di lavoro più qualificati, le competenze strategiche e le opportunità professionali meglio retribuite. Il Ticino, troppo spesso, dispone soprattutto degli stabilimenti e dei lavoratori, ma non delle funzioni che governano l’impresa.

È il caso di molte multinazionali del Sottoceneri, come Vf International, Guess, Hugo Boss, Zambon e Consitex, che svolgono attività concrete sul territorio, mentre le decisioni strategiche vengono prese fuori cantone.

Lo stesso vale per le raffinerie storiche Valcambi, Argor e Pamp: il Ticino conserva impianti e occupazione, ma non il controllo proprietario. Anche la parabola di Luxury Goods International è istruttiva. Kering aveva sviluppato in Ticino una piattaforma internazionale di logistica e distribuzione controllata dal gruppo. La fiscalità e la posizione geografica ne erano il perno. Cambiate le condizioni quadro, il miraggio fiscale svanì. Ancora più grave è il caso delle imprese che in Ticino decidevano davvero, ma che hanno perso la propria autonomia. Trasfor di Monteggio è entrata in Abb nel 2011 ed è poi confluita nel settore acquisito da Hitachi; Riri è stata acquistata da Oerlikon nel 2023. La produzione e i posti di lavoro sono rimasti, ma le decisioni vengono prese altrove. In altri casi è scomparsa perfino la società ticinese. Nel 2021 le società Mikron di Agno sono confluite in Mikron Switzerland AG. Nel 2025 Diantus è stata incorporata in Eta e Rapelli è diventata una succursale di Orior Food. Gli stabilimenti continuano a operare, ma il Ticino perde il contribuente autonomo e conserva soltanto la quota di utile attribuitagli attraverso il riparto intercantonale. E il processo continua. Bally, marchio elvetico storico, dopo una lunga catena di proprietari finanziari ha progressivamente svuotato la propria presenza in Ticino; Sintetica, farmaceutica di Mendrisio ancora radicata, ha visto entrare un fondo internazionale nel capitale.

La lezione è semplice: non si costruisce un’economia solida sui soli vantaggi di posizione. Fiscalità favorevole, vicinanza al confine e manodopera a basso costo funzionano finché le condizioni non cambiano. La crisi della piazza finanziaria dopo la fine del segreto bancario lo dimostra. Quando viene meno il vantaggio che aveva giustificato l’insediamento, le sedi mobili se ne vanno. Anche il commodity trading, oggi importante per Lugano, non va dimenticato: è un settore qualificato e redditizio, ma molto mobile. Potrebbe quindi seguire la stessa traiettoria degli altri settori, restando soltanto finché le condizioni saranno convenienti.

I dati della perequazione federale restituiscono una fotografia molto preoccupante della struttura imprenditoriale ticinese. Nel rapporto dell’Amministrazione federale delle finanze per il 2026, il Ticino registra 2’913 franchi per abitante di utili determinanti delle persone giuridiche, contro 4’829 franchi nella media svizzera. Il dato non dimostra da solo quanto utile venga prodotto qui e attribuito altrove, ma mostra quanto poco imponibile societario rimanga nel Cantone rispetto alla media nazionale. Il meccanismo si può riassumere in questo modo: una società appartenente a un gruppo vende e acquista beni e servizi al suo interno; la filiale può inoltre versare royalties per marchi e brevetti e pagare commissioni o compensi di gestione. Quando la società locale opera come produttore o prestatore di servizi a rischio limitato, può essere remunerata secondo il metodo ‘cost plus’: ai costi sostenuti viene applicato un margine conforme alle condizioni di mercato. Se però i costi salariali sono compressi, anche l’utile imponibile locale può risultare basso, mentre una parte maggiore del margine rimane presso chi controlla il marchio, il mercato e il capitale. Il dumping salariale rischia così di produrre una doppia perdita: poco reddito imponibile per chi lavora e poco utile imponibile per il Cantone nel quale il lavoro viene svolto. Che questo non sia un destino lo dimostrano imprese come Medacta, Ibsa, Helsinn, Hupac e Interroll: modelli diversi, ma accomunati dalla presenza in Ticino delle funzioni strategiche e delle competenze.

Il primo passo è smettere di confondere la fiscalità con la politica economica. Ridurre le aliquote può attirare attività, ma non basta a radicarle sul territorio. Per comprendere davvero la struttura dell’economia ticinese non è sufficiente contare quanti posti di lavoro vengono creati: bisogna sapere quali lavori, con quali qualifiche e salari, e misurare quanto utile, ricerca, proprietà intellettuale, competenze e potere decisionale rimangano sul territorio. Un fondo cantonale dovrebbe sostenere le successioni a favore di lavoratori, dirigenti, cooperative e imprenditori locali, affinché la vendita a un gruppo esterno non rimanga l’unica soluzione possibile. Allo stesso tempo servono più controlli sul dumping salariale e sugli utili infragruppo.

Una politica economica di sinistra non deve limitarsi a distribuire meglio la ricchezza dopo che è stata prodotta: deve anche democratizzare il modo in cui viene prodotta, trattenendo sul territorio proprietà, competenze e capacità di decidere. Ma gli strumenti economici, da soli, non bastano. C’è anche una dimensione culturale. Per troppo tempo il Ticino ha pensato che il proprio compito fosse rendersi conveniente, con manodopera a basso costo, aliquote leggere e discrezione. Ma un territorio che non valorizza le proprie capacità e non favorisce la crescita di una cultura imprenditoriale e di competenze diffuse rimane dipendente. Finché il Ticino continuerà a pensarsi come una terra in vendita, resterà fermo al ruolo di baliaggio.

*capogruppo PS - articolo pubblica su La Regione

Potrebbe interessarti anche

POLITICA

Amalia Mirante: "19 misure per gli over 65"

POLITICA

L'UBS, il Credit Suisse, la FINMA, la politica... Il 'Manifesto' di Sergio Ermotti scuote la piazza finanziaria

TRIBUNA LIBERA

Sergio Morisoli: "Di un primo maggio particolare"

OLTRE L'ECONOMIA

Oliviero Pesenti: "La politica deve avere una visione. E in Ticino manca. Ci opporremo con tutte le forze ad altre tasse"

In Vetrina

IN VETRINA

BancaStato, la pianificazione patrimoniale come bussola per le scelte di vita

18 AGOSTO 2026
IN VETRINA

Tra imitazione e autenticità: perché la pietra naturale continua ad affascinare

09 LUGLIO 2026
IN VETRINA

Gehri, la piscina come stanza all’aperto

07 LUGLIO 2026
IN VETRINA

A San Bernardino gastronomia... sotto le stelle. Torna la rassegna Alpine Gourmet

02 LUGLIO 2026
IN VETRINA

Trova le differenze: FLP lancia una campagna sul rispetto a bordo

24 GIUGNO 2026
IN VETRINA

OCST-Docenti alza la voce: “Servono investimenti e rispetto”

22 GIUGNO 2026