Oliviero Pesenti: "C’è una fotografia che l’Occidente dovrebbe guardare con molta più attenzione. A Bishkek, in Kirghizistan, Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi siedono allo stesso tavolo insieme a..."

di Oliviero Pesenti
C’è una fotografia che l’Occidente dovrebbe guardare con molta più attenzione. A Bishkek, in Kirghizistan, Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi siedono allo stesso tavolo insieme ai leader di Iran, Pakistan, Bielorussia e delle repubbliche dell’Asia centrale. Non è una semplice passerella diplomatica. È il fotogramma di un mondo che sta cambiando.
Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation, conclusosi il 1° settembre, ha riunito i dieci Stati membri, che rappresentano oltre 3,4 miliardi di persone, circa il 40% della popolazione mondiale, un quarto del PIL globale e oltre il 15% del commercio internazionale. Nell'area convivono alcune delle maggiori potenze economiche, militari, energetiche e demografiche del pianeta.
Ma il peso della SCO non si misura soltanto con il PIL. Cina e India sono giganti industriali e tecnologici; Russia e Iran sono grandi potenze energetiche; l'Asia centrale possiede risorse strategiche e occupa una posizione decisiva per i nuovi corridoi commerciali terrestri tra Oriente e Occidente. E tra i membri della SCO vi sono diverse potenze nucleari.
A Bishkek sono stati approvati 28 documenti riguardanti sicurezza, commercio, investimenti, energia, trasporti, tecnologia, intelligenza artificiale e cooperazione economica. È stata inoltre approvata una roadmap per aumentare progressivamente l'utilizzo delle valute nazionali negli scambi reciproci e sono proseguite le consultazioni per la creazione di una banca di sviluppo della SCO. l'Occidente dovrebbe smettere di guardare con sufficienza quanto sta accadendo.
Non è ancora nata una «NATO dell'Est». La SCO non è un'alleanza militare e al suo interno esistono rivalità profonde, a cominciare da quelle tra India e Cina e tra India e Pakistan. New Delhi, per esempio, non ha aderito alla riaffermazione del sostegno alla Belt and Road Initiative cinese contenuta nella dichiarazione di Bishkek.
Ma proprio per questo il fenomeno è ancora più interessante: non serve che questi Paesi diventino amici per cambiare il mondo. Basta che decidano di collaborare quando i loro interessi coincidono.
Ed è ciò che sta accadendo.
La questione più delicata riguarda il denaro. Non esiste oggi una moneta comune della SCO o dei BRICS pronta a sostituire il dollaro. Sarebbe quindi sbagliato annunciarne la fine. Ma è altrettanto sbagliato ignorare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi: una parte crescente degli scambi tra questi Paesi viene regolata nelle rispettive valute e la SCO sta formalizzando questo processo. La stessa dichiarazione di Bishkek richiama esplicitamente la roadmap per aumentare la quota delle valute nazionali nei regolamenti reciproci.
La differenza sembra tecnica. In realtà è geopolitica.
Il dollaro ha consentito agli Stati Uniti di esercitare un'enorme influenza sul sistema finanziario mondiale e ha reso le sanzioni uno degli strumenti più potenti della politica estera occidentale. Se una quota crescente del commercio internazionale può essere effettuata senza passare dal dollaro e attraverso circuiti finanziari alternativi, questa leva si indebolisce.
Non assisteremmo necessariamente a un crollo del dollaro. Assisteremmo a qualcosa di più lento e potenzialmente più profondo: la progressiva perdita del suo ruolo quasi esclusivo nel commercio e nella finanza internazionali.
E quando cambia il sistema attraverso il quale si acquistano energia e materie prime, si finanziano infrastrutture e si regolano gli scambi, cambia anche la distribuzione del potere.
Le conseguenze possono essere enormi sui conflitti in corso.
La guerra in Ucraina ha già dimostrato i limiti di un isolamento economico che non coinvolga gran parte del mondo. La Russia ha potuto continuare a commerciare con importanti partner asiatici e, secondo Vladimir Putin, oltre il 98% dei regolamenti reciproci della Russia con i partner SCO avviene ormai in valute nazionali.
L'Iran rappresenta un altro caso emblematico. La dichiarazione di Bishkek ha condannato gli attacchi contro l'Iran e sostenuto una soluzione diplomatica. Contemporaneamente, Teheran sta cercando proprio all'interno di questo spazio eurasiatico maggiore integrazione economica e finanziaria e una minore dipendenza dal dollaro.
Questo non significa che sanzioni e pressioni occidentali siano diventate inutili. Significa che diventano progressivamente più difficili da applicare quando esiste un sistema alternativo disposto a commerciare, investire e finanziare.
E qui emerge il vero significato di Bishkek.
Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine mondiale compiuto. Siamo davanti alla costruzione delle sue infrastrutture: corridoi ferroviari e portuali, energia, tecnologia, sistemi finanziari, valute nazionali, banche di sviluppo, catene di approvvigionamento e nuove forme di cooperazione politica.
Il vertice ha infatti approvato anche un piano 2026-2030 per lo sviluppo di porti e centri logistici e ha rilanciato la cooperazione in settori strategici come intelligenza artificiale e infrastrutture digitali.
È questa la vera sveglia per l'Occidente.
Perché il pericolo non è che domani mattina Cina, Russia e India dichiarino guerra all'Europa. Il pericolo è molto più sofisticato: che costruiscano, insieme ad altri Paesi, un sistema nel quale l'Occidente sia progressivamente meno indispensabile. E un Occidente meno indispensabile è anche un Occidente con meno capacità di imporre condizioni, sanzioni e regole.
Gli Stati Uniti possiedono ancora il mercato finanziario più potente del mondo, il dollaro rimane la principale valuta internazionale e l'Occidente conserva una superiorità tecnologica e militare straordinaria. Ma il futuro non si costruisce difendendo eternamente il passato.
L'Europa, soprattutto, deve capire che il problema non è soltanto quanto spendere per la difesa. Riarmarsi è necessario, ma non basta. Servono industria competitiva, energia sicura, ricerca, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture, autonomia finanziaria e una politica estera finalmente capace di parlare con il resto del mondo. La differenza tra quanto è successo a Bishkek dove sono stati approvati 28 documenti strategici in due giorni e la lentezza con cui l’Europa cerca compromessi su tutto, è flagrante. Ventisette paesi, interessi diversi, veti incrociati e mesi, spesso anni, per arrivare a decisioni condivise. Da una parte si parla , si negozia e si rinvia ; dall’altra , quando esiste un interesse comune, si decide e si agisce…Chi agisce con lentezza rischia di farsi imporre da altri il proprio destino.
Dobbiamo essere abbastanza forti da difenderci e abbastanza intelligenti da dialogare.
Perché un mondo multipolare potrebbe diventare più equilibrato. Ma potrebbe anche diventare molto più instabile: più competizione tra potenze, più guerre commerciali, più corsa agli armamenti e maggiori rischi di escalation, soprattutto in presenza di arsenali nucleari.
Ucraina, Medio Oriente, Taiwan, energia, rotte marittime e materie prime non sono più questioni separate. Come ha ricordato Narendra Modi a Bishkek, un conflitto regionale può rapidamente colpire sicurezza energetica, commercio marittimo e catene globali di approvvigionamento.
La lezione di Bishkek, dunque, è brutale nella sua semplicità. L’Occidente sta perdendo il monopolio sull’ordine mondiale e sarebbe un errore storico rispondere cercando semplicemente di conservare il vecchio ordine con la forza.
Dobbiamo invece avere la lucidità di costruire il nostro futuro: rafforzando l'Occidente, unendo finalmente l'Europa e difendendo i nostri valori, ma senza illuderci che il resto del pianeta continuerà per sempre a vivere secondo regole scritte da noi. Mentre noi discutiamo ancora su come difendere il vecchio equilibrio, altri stanno costruendo le alternative.
La partita non è davanti a noi. È già cominciata e l'Europa deve finalmente decidere se vuole essere protagonista del nuovo ordine mondiale o semplicemente subirlo.