TRIBUNA LIBERA
Oliviero Pesenti: "La politica ha ancora il coraggio di governare?"
"Una lista elettorale non dovrebbe essere un elenco da riempire, ma una proposta seria e competente alla cittadinanza... L'indecisione e l’incompetenza non può diventare un metodo di governo"

di Oliviero Pesenti

Dove sta andando la politica? Quali valori vuole ancora difendere? Che cosa significa oggi assumere una responsabilità pubblica? E soprattutto: chi governa è ancora disposto ad assumersi personalmente il peso delle proprie decisioni, anche quando possono essere impopolari?

Non sono domande rivolte a un partito piuttosto che a un altro. Riguardano il rapporto fra politica e società, fra potere e responsabilità, fra istituzioni e cittadini. In definitiva, riguardano la qualità della nostra democrazia.

Perché la politica, prima ancora di essere potere, è una delle forme attraverso cui una società decide che cosa vuole diventare. Non serve soltanto ad amministrare il presente: dovrebbe dare un senso alla convivenza, comporre interessi diversi e costruire le condizioni del futuro. Quando perde questa funzione, rischia di ridursi a gestione dell'esistente e ricerca del consenso.

Viviamo una trasformazione profonda. La tecnologia, l'intelligenza artificiale, la demografia, la globalizzazione e la nuova geopolitica stanno modificando il lavoro, l'economia, la sicurezza e perfino il modo in cui formiamo le nostre opinioni.

Ma è cambiato anche il rapporto con l'autorità, con le istituzioni e con la collettività. La società è più libera e informata, ma anche più frammentata e individualista. La politica sembra spesso non riuscire a tenere il passo.

Il problema non è soltanto la perdita di fiducia nei politici. È il progressivo indebolimento del patto democratico: il cittadino delega una parte del proprio potere a chi elegge, aspettandosi competenza, trasparenza e responsabilità.

L'eletto deve naturalmente rispondere al proprio partito, ma la disciplina non può sostituire la coscienza personale. Un rappresentante non dovrebbe essere soltanto il portatore di un voto deciso altrove. Deve poter spiegare le proprie scelte e assumersene le conseguenze.

Questa è anche una questione di etica politica. Non moralismo, ma responsabilità: sapere che ogni decisione produce effetti, che ogni promessa ha un costo e che un incarico pubblico dovrebbe essere esercitato nell'interesse della collettività.

E proprio l'etica è forse ciò che la politica deve ritrovare con maggiore urgenza. L'etica politica non si misura nelle dichiarazioni, ma nei comportamenti: nel modo in cui si esercita il potere, si gestiscono i conflitti d'interesse, si assumono decisioni e si accetta di risponderne davanti ai cittadini. È qui che si costruisce, o si perde, la credibilità delle istituzioni.

Ed è qui che si pone il problema del rapporto fra politica, potere e opportunità.

Le discussioni sulle nomine nei Consigli di amministrazione delle società pubbliche e parapubbliche riportano alla domanda fondamentale: secondo quali criteri vengono scelte le persone chiamate a gestire interessi della collettività?

Su questo punto occorre essere chiari: chi esercita una funzione politica di controllo non dovrebbe contemporaneamente sedere nel Consiglio di amministrazione di un'azienda pubblica o controllata dallo Stato. Il principio è semplice: il controllore non può essere il controllato.

Un deputato al Gran Consiglio, o un rappresentante politico eletto a livello comunale o federale, deve poter esercitare il proprio mandato senza trovarsi contemporaneamente dall'altra parte del tavolo, in un organismo sul quale il potere politico esercita vigilanza, indirizzo o controllo.

Non è una questione di sfiducia verso le persone. È una garanzia per le istituzioni. La separazione dei ruoli dovrebbe quindi essere considerata anche attraverso una revisione delle regole sulle incompatibilità.

Quando determinati nomi ricompaiono con frequenza in organismi pubblici, parapubblici e talvolta privati con forte impatto mediatico, è inoltre legittimo chiedersi se il sistema favorisca abbastanza la trasparenza. Una democrazia dovrebbe scegliere le persone sulla base delle competenze necessarie all'incarico, della loro autonomia e della capacità di servire l'istituzione. La rappresentanza politica può essere parta della scelta, ma non può diventare un sostituto della competenza.

C'è poi un altro segnale preoccupante: la difficoltà di completare le liste, ogni quattro anni, per le elezioni comunali e cantonali. Il rischio è che, pur di riempirle, si finisca per privilegiare la quantità sulla qualità e sulla reale motivazione dei candidati.

Una lista elettorale non dovrebbe essere un elenco da riempire, ma una proposta seria e competente alla cittadinanza.

Forse occorre ripensare anche le regole: sarebbe davvero irrispettoso verso le istituzioni avere meno candidati, ma più preparati, motivati e consapevoli della responsabilità che chiedono gli elettori?

Perché persone competenti dovrebbero entrare in politica se percepiscono che il sistema premia più facilmente la fedeltà che l'autonomia, la comunicazione che la preparazione e il consenso immediato che la capacità di progettare?

Governare significa soprattutto guardare oltre il consenso del momento.

Come cambierà il lavoro con l'intelligenza artificiale? Come finanzieremo lo Stato sociale in una società che invecchia? Come garantiremo energia, sicurezza e competitività? Quale formazione servirà alle prossime generazioni? Quale rapporto vogliamo costruire con gli altri Cantoni, l'Europa e il mondo? E quali compiti deve realmente assumersi lo Stato?

Non si tratta semplicemente di chiedere più o meno Stato. La domanda è: che cosa deve fare lo Stato e che cosa può essere fatto meglio dalla società civile, dall'economia, dalle associazioni e dagli individui?

Riformare significa stabilire priorità. E stabilire priorità significa anche avere il coraggio di rinunciare a qualcosa. Non possiamo promettere contemporaneamente più prestazioni pubbliche, meno imposte, più sicurezza, più sussidi e meno spesa. Prima o poi la realtà presenta il conto. Chi governa dovrebbe avere il coraggio di presentarlo prima che arrivi.

C'è poi una brutta un'abitudine che va messa in discussione: creare gruppi di lavoro, commissioni e nuovi studi ogni volta che una decisione diventa difficile. Un gruppo di lavoro può essere necessario davanti a un'estrema complessità tecnica. L'analisi si può delegare; la responsabilità politica no.

Consiglieri di Stato e parlamentari sono eletti eletti per decidere. Se non ne sono capaci, devono acquisire le competenze necessarie o avere l'onestà di lasciare spazio a chi lo è.

L'indecisione e l’incompetenza non può diventare un metodo di governo

In Ticino non possiamo attribuire ogni difficoltà incontrata a Berna, all'Europa, ai frontalieri o alla situazione internazionale. Sono fattori reali, ma una parte dei nostri problemi nasce anche da scelte interne, strutture stratificate nel tempo e dalla difficoltà di rimettere in discussione equilibri consolidati.

Un territorio adulto deve saper distinguere ciò che non può controllare da ciò che può cambiare. E deve chiedersi quale Ticino vuole consegnare alle generazioni future.

Per farlo servono persone preparate, provenienti dall'impresa, dalla ricerca, dalla scuola, dalla cultura e dalla società civile. Persone che non abbiano bisogno della politica per costruire il proprio percorso, ma che scelgano di entrarvi per mettere la propria esperienza al servizio della comunità.

Forse è proprio questo che dobbiamo recuperare: la politica come servizio e non come posizione.

Il futuro non aspetta. L'intelligenza artificiale cambierà il lavoro, la demografia metterà sotto pressione i sistemi sociali e la geopolitica condizionerà sempre più economia, energia e sicurezza. La circolazione delle informazioni renderà inoltre sempre più difficile distinguere il vero dal falso.

Di fronte a tutto questo, la politica non può limitarsi ad amministrare l'esistente. Deve avere una visione strategica del futuro, assumere decisioni e accettarne le conseguenze.

Libertà, responsabilità, competenza, solidarietà e pluralismo non possono restare parole da campagna elettorale. Devono tradursi in scelte concrete.

Perché il valore della politica si misura nella capacità di guardare oltre l'interesse immediato e di assumere decisioni che forse non porteranno consenso oggi, ma potranno creare opportunità per chi verrà dopo di noi. È questa la sua responsabilità più alta: trasformare il potere ricevuto dagli elettori in un progetto per la comunità.

E forse dobbiamo aggiungerne una: il limite.

Il limite del potere. Il limite dei conflitti d'interesse. Il limite della concentrazione delle opportunità. Il limite alla tentazione di trasformare incarichi pubblici in rendite personali o di partito.

La politica ritroverà credibilità quando ritroverà un'etica: quando il potere sarà vissuto come responsabilità, la competenza conterà più dell'appartenenza, la trasparenza più della convenienza e chi viene eletto sarà disposto non soltanto a decidere, ma anche a rispondere delle proprie decisioni.

Perché il vero rischio non è sbagliare una scelta. È perdere il senso della responsabilità che quella scelta comporta.

E forse è proprio da qui che dovrebbe ricominciare la politica.

 
 
 
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