TRIBUNA LIBERA
Massimo Schira: "Il funerale del liberalismo? Il morto non si è presentato"
Il segretario del PLR attacca la politica degli slogan, la satira travestita da propaganda e le ricette degli avversari. E avverte: "Affidabilità, credibilità, competenza e responsabilità non sono medaglie autocelebrative da appuntarsi alla giacca"
TiPress / Alessandro Crinari

di Massimo Schira *

Il funerale del liberalismo ticinese dev'essere un evento imperdibile. Peccato soltanto che il morto non si sia presentato.

Eppure, da qualche tempo, sedicenti liberali-radicali, ex o presunti tali, fanno a gara – evidentemente via social media – per raccontarci la perdita d'identità, di valori, finanche di dignità istituzionale del nostro partito. Alcuni lo fanno con l'autorevolezza conferita dalle proprie cicatrici elettorali, altri con quella di chi ha scoperto una vocazione critica esattamente quando sono venute meno altre prospettive. Ma agli arrivismi personali ho già dedicato fin troppo spazio – me ne scuso. Molto più interessante è la fotografia che costoro cercano di accreditare: quella di un Ticino immunodepresso, ormai privo di anticorpi liberali. Ecco, su questo concedetemi di dire alcune cose.

Comincerei dal moltiplicarsi dei commentatori satirici – capaci dell'impresa non banale di non far ridere – sovente anonimi e ormai assurti agli onori persino della stampa “ufficiale”, oltre che degli immancabili social. I nostri non si rendono conto, o fingono di non rendersi conto, che dispensare dall'alto lezioni politiche “low cost”, riducendo tutto a caricatura, contribuisce ad avvelenare una società culturalmente fragile come quella in cui viviamo.

Approfittarsi di questa fragilità per fare politica fingendo di non farla meriterebbe forse un passaggio dantesco nelle acque del Cocito, nel IX cerchio infernale. Si dice che quando la satira dà fastidio al “potere” sia sempre un buon segno. Vero. A condizione che sia satira. E non propaganda politica travestita da satira, che è un'altra cosa e ha persino meno coraggio: perché pretende di influenzare il dibattito senza assumersi la responsabilità di dire da quale parte (o per conto di chi) lo sta facendo.

È una deriva che banalizza il ruolo stesso della politica proprio di fronte a chi dispone di meno strumenti per comprenderne meccanismi, responsabilità e limiti. Eccome se la civica a scuola serve. Anzi: evidentemente non basta ancora.

Punto due: chi lucra politicamente su questa “Schwarzmalerei” tutta canton-ticinese? Bella domanda.

Partiamo da destra, sponda Lega-UDC, con un esempio eloquente. Nella recente campagna sull'iniziativa per la neutralità, a un certo punto in Ticino è spuntato l'argomento secondo cui, in caso di bocciatura della proposta, avremmo dovuto “mandare i nostri figli al fronte”. Una tesi talmente grossolana da sembrare una caricatura di sé stessa. Eppure ha attecchito, soprattutto sugli immancabili social e nei commenti agli articoli online. Incuriosito, ho chiesto oltralpe se lo stesso argomento fosse utilizzato anche lì. La risposta, accompagnata dal sorriso del mio interlocutore, è stata illuminante: “Ci hanno provato all'inizio. Poi sono stati smascherati e persino i sostenitori più intransigenti hanno smesso di usarlo”. Come dire che, lassù, gli anticorpi li hanno ancora.

Sempre dallo stesso lato dell'emiciclo, la Lega dei “socioni” Gobbi e Piccaluga ha costruito trent'anni di politica sulla demonizzazione del frontaliere e sull'equivalente nostrano della “Roma ladrona” di bossiana memoria: il sistema, i partiti, le istituzioni, quelli che stanno sulle cadreghe. Una critica che ha trovato terreno fertile – anche in casa nostra, ricordiamolo, che male non fa – salvo poi assistere alla trasformazione del “movimento” esattamente in ciò che diceva di combattere: un “ancien régime” con un attaccamento formidabile alle posizioni acquisite e assai meno formidabile quando si tratta di assumersi la responsabilità dei risultati. O di presentarne, di risultati. Altri, che millantano di voler guardare “Avanti”, sembrano essersi incamminati sulla medesima pista. Pensateci su, visto che anche tra gli elettori liberali-radicali le “idee color fucsia” sembrano trovare alcuni interessati.

Il danno peggiore, però, lo paghiamo tutti. Perché nel frattempo abbiamo convinto una fetta non trascurabile dell'elettorato che una tesi da bar sport, purché urlata con sufficiente convinzione, abbia lo stesso valore di un'analisi costruita sui fatti. Ricordate cosa diceva Umberto Eco? Ecco.

Cambiamo lato dell'emiciclo? Anche qui il materiale non manca.

La sinistra – declinatela pure come preferite – continua imperterrita a proporre ricette che hanno una caratteristica sorprendentemente costante: il conto lo paga qualcun altro. A livello federale si susseguono grandi idee sulla redistribuzione, un'inclusività trasformata troppo spesso in dogma sottratto a qualsiasi critica e proposte che sembrano concepite in un mondo nel quale risorse, denaro e conseguenze semplicemente non esistono. A livello cantonale abbiamo appena assistito alla proposta di aumentare i sussidi in modo incontrollato, ovviamente con denari che non ci sono, anche attraverso l’aumento delle imposte in periodo in cui il ceto medio già tira la cinghia. Da questo punto di vista, per lo meno, Durisch e compagnia cantante hanno finalmente gettato la maschera. Il meccanismo politico, comunque, è antico quanto efficace: promettere oggi, presentare il conto domani (agli altri).

Evidentemente non abbiamo l'esclusiva. Negli Stati Uniti Donald Trump ha appena promesso un “dividendo” di 5'000 dollari a ogni cittadino adulto se i Repubblicani manterranno Camera e Senato alle elezioni di metà mandato. Cambiano la bandiera, il continente e la confezione; il principio rimane meravigliosamente semplice: per raccogliere voti, promettere soldi. Preferibilmente quelli degli altri.

Il tutto viene poi dipinto su una tela di fondo altrettanto funzionale: un Paese ridotto a landa desolata, popolato da lavoratori sfruttati dal padronato caimano e affamati da stipendi da straccioni. Una narrazione che non serve a migliorare la società, ma a convincere sempre più persone che qualcuno, da qualche parte, stia necessariamente fregando loro qualcosa. Il risultato è una fetta di popolazione sempre più incattivita e afflitta da una sorta di sindrome collettiva di Calimero. E, già che ci siamo, non dimentichiamo l'atteggiamento da “tre scimmiette” davanti alle crescenti derive violente di certe manifestazioni di piazza: non vedo, non sento, non condanno davvero e, soprattutto, non disturbo la narrazione.

Tra i sermoni morali del Centro – non dimentichiamoci del Centro, sia mai! -, il Winkelried in salsa popolare Fiorenzo Dadò e le lezioni di storia di Agustoni su un Franscini relegato ai margini del Consiglio federale perché non conosceva il tedesco, il quadro (sconsolante) è completo. Peccato che la superiorità morale, come la competenza storica, non si possa semplicemente autoproclamare. Eppure, oggi, questo passa il convento…

E in tutto questo, dove si colloca oggi il nostro Partito Liberale Radicale?

Chiariamo subito alcuni punti. No, non facciamo tutto giusto. No, non abbiamo in tasca la formula magica per il futuro del Ticino. E sì, ogni tanto anche noi abbiamo colpevolmente sdoganato qualche personaggio che...

Ma soprattutto dobbiamo smetterla di guardarci allo specchio ripetendoci quanto siamo affidabili e responsabili. Affidabilità, credibilità, competenza e responsabilità non sono medaglie autocelebrative da appuntarsi alla giacca. Sono qualità che, semmai, devono riconoscerci gli altri. Se ce le attribuiamo da soli valgono poco più di una recensione a cinque stelle scritta dal proprietario del ristorante.

Quello che possiamo mettere a disposizione di questo Paese è molto più concreto: persone in gamba, capaci di governare, e idee chiare. Anche scomode, quando serve.

Idee che partono da una scuola realmente capace di formare i giovani in modo moderno, rispettandone scelte, talenti e passioni; passano dalla cura dei conti pubblici, perché senza finanze sane progettualità e investimenti sono soltanto parole; attraversano una fiscalità competitiva, capace di attrarre cittadini e aziende – e magari persino di evitare che quelli che abbiamo decidano di andarsene, sia mai – e sfociano in un Ticino sicuro, che non lascia indietro chi ha bisogno ma che non ha alcun timore di battersi contro chi se ne approfitta.

Nessuna promessa miracolosa. Basta chiacchiere. Duro lavoro, idee chiare e metodo liberale.

Perché al Ticino immunodepresso rispondiamo: “Anche no!”.

 

*segretario PLR Ticino

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