Tribuna
22.11.2016 - 15:420
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Attentato a Beznau

di Sinue Bernasconi e Renzo Galfetti

Vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se coloro che sventolano la bandiera nera prendessero di mira una centrale nucleare? Magari la più vecchia al mondo, con le sue quasi 1’000 fessure nel contenitore pressurizzato che contiene il reattore e deficit strutturali che nessuna aggiunta a posteriori può risolvere? No? Nemmeno noi sino a poche settimane fa... L’ipotetico obiettivo dell’ISIS dianzi citato si troverebbe proprio qui in Svizzera, a poco più di 100 km dal Ticino. L’ignara e vulnerabile preda risponderebbe al nome di Beznau. Ahinoi, l’eventualità di un attentato nucleare nel cuore dell’Europa non è poi così stravagante come si potrebbe arguire. Tant’è vero che alcuni servizi d’intelligence occidentali sono convinti che gli attentati di Parigi e Bruxelles non siano altro che un test per una serie di attacchi terroristici di più ampia portata; degli attacchi che cambieranno l’Europa per decenni. Tale scenario è temuto anche da Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE, che intervistato in merito all’evacuazione di due centrali nucleari belghe il giorno degli attentati di Bruxelles ha affermato che non sarebbe stupito se ciò avvenisse entro cinque anni. Gli ha fatto eco Barack Obama, dichiarando che “la minaccia di terrorismo nucleare persiste ed evolve senza sosta”. D’altronde non si tratterebbe di una novità, dal 2000 a oggi servizi d’intelligence e forze dell’ordine hanno già sventato diversi attentati a centrali nucleari in Germania, Francia e Belgio. Questi tre Paesi, insieme alla Gran Bretagna, rappresentano i fulcri nevralgici dello jihadismo europeo. Ne è la riprova la notizia di ieri riguardante l’arresto, nella vicina Francia, di una cellula terroristica che da mesi stava architettando degli attentati da compiere a Parigi e Marsiglia. Ma anche la placida Svizzera non è immune da questo fenomeno. Dalla metà di maggio a oggi i servizi segreti elvetici (SIC) hanno riscontrato un aumento del numero di persone che hanno lasciato la Svizzera per seguire la Jihad, per un totale di 76 persone. Il flusso non è unidirezionale: sempre più jihadisti tentano infatti di entrare nel nostro Paese. Da inizio anno alla fine di ottobre l’Ufficio federale di polizia (fedpol) ha emesso un divieto di entrata per ben 26 jihadisti. Nel nostro Paese vi sono pure luoghi di radicalizzazione e reclutamento, come ad esempio la moschea di Winterthur, il cui imam avrebbe invitato i fedeli a fare i nomi e ad ammazzare coloro che non si recano alla preghiera comune. In nome della trasparenza è dunque doveroso informare i cittadini che la minaccia di attacco terroristico è concreta, e che la maggior parte delle centrali nucleari, nonostante siano state costruite rispettando gli standard di sicurezza più elevati, non sono state concepite per resistervi. Uno schianto aereo potrebbe, ad esempio, compromettere il funzionamento dei sistemi che controllano il raffreddamento dei reattori, con conseguente rischio d’incidente nucleare maggiore. La vetustà delle nostre centrali (possiamo fregiarci del parco nucleare più vecchio al mondo!) ci rende ancor più vulnerabili, come ha spiegato l’esperto nucleare Dieter Majer nel corso di una visita a Palazzo federale: “L’età di un impianto è importante nel caso si verificasse un attacco terroristico consistente nella caduta di un aereo: in Svizzera lo spessore di cemento della centrale nucleare di Mühleberg è, in alcune parti, di soli 15 cm. Un elicottero o un piccolo aereo potrebbero sfondare lo strato protettivo. Inoltre, nessuna centrale nucleare in Svizzera o in Germania è sufficientemente attrezzata per affrontare la caduta di un Jumbo o di un A380”. Qualcuno potrebbe confidare nel pronto intervento delle nostre forze aeree, che in caso di pericolo imminente abbatterebbero senz’altro il velivolo dirottato prima dello schianto radioattivo. Piccolo dettaglio: le forze aeree elvetiche sono attive soltanto durante gli orari di ufficio (8:00-12:00 e 13:30-17:00), come molti di noi hanno scoperto con sgomento nel febbraio del 2014, quando un Boeing etiope fu dirottato su Ginevra (nella fattispecie furono i Francesi a togliere le castagne dal fuoco). Tralasciando questo dettaglio imbarazzante, probabilmente non vi sarebbe nemmeno il tempo materiale per intervenire. L’ex pilota di Swissair Max Tobler, che ha lavorato per anni sui rischi terroristici, afferma che “chiunque può costatare sui radar che a Beznau molti aerei volano regolarmente a bassa quota. Un pilota esperto potrebbe tranquillamente schiantarsi sulla centrale prima che chiunque possa fare nulla”. Anche la disastrosa situazione finanziaria di chi gestisce le centrali nucleari desta preoccupazione; a tal punto che la ministra Leuthard, intervistata dal Corriere del Ticino, si è posta la domanda: “Vale ancora la pena investire nella sicurezza quando l’impianto ha superato una certa età?”. La risposta, per nulla rassicurante, arriva per bocca del Direttore dell’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN), Hans Wanner: “I gestori investiranno solo il minimo necessario per soddisfare i requisiti [di sicurezza] minimi. Così cresce il rischio di un incidente nucleare. Considerazioni di natura economica rischiano di essere anteposte alla sicurezza”. Ma Wanner non è il solo a essere inquieto. Anche il già citato Dieter Majer, già capo ispettore al Ministero dell’ambiente tedesco, ha tentato di far rinsavire le autorità federali affermando: “Non capisco come mai esse [i.e. le vecchie centrali nucleari svizzere] non siano chiuse immediatamente. Hanno dei deficit strutturali di sicurezza. In quest’ambito si tratta di questioni legate, per esempio, alle saldature o alla struttura del guscio del reattore, ossia alle componenti più rilevanti in fatto di sicurezza in una centrale nucleare. Basterebbe un guasto e l’incidente nucleare sarebbe inevitabile”. Secondo l’esperto poi “l'ammodernamento di vecchie centrali nucleari non porta necessariamente a un grado di sicurezza sufficiente”. Oltre alle preoccupazioni legate all’incessante logoramento delle centrali e alle crescenti minacce di terrorismo, a maggio l’IFSN ha comunicato che finora il rischio sismico è stato sottovalutato. Delle nuove normative antisismiche sono dunque state emanate dall’Ispettorato. Axpo ha già dichiarato che non vi si uniformerà, nonostante la Svizzera, stando alla mappa sismica del Politecnico federale di Zurigo, sia potenzialmente a rischio terremoto. Per il nostro Paese le conseguenze di un disastro nucleare sarebbero devastanti, come schiettamente illustrato da Dieter Majer: “Bisogna essere trasparenti nei confronti della popolazione: la Svizzera è un paese piccolo. Basterebbe un incidente a un impianto e alla Svizzera potremmo dire addio”. Le stime della Confederazione parlano di oltre un milione di sfollati (per decenni) e un probabile danno economico di 4’300 miliardi (quasi sette volte il PIL nazionale). La catastrofe di Fukushima, d’altronde, è lì a ricordarci che un incidente è possibile anche in un Paese altamente sviluppato. Gli esperti nipponici avevano avvertito i gestori dell’inefficacia del riparo da tsunami: manco a farlo apposta l’onda anomala che si abbatté sulla costa orientale del Giappone l’11 marzo 2011 era alta oltre 15 metri, ossia quasi tre volte l’altezza del muro protettivo! Lo tsunami soffocò i motori diesel d’emergenza che avrebbero dovuto fornire l’energia necessaria al raffreddamento, provocando la fusione di diversi reattori. Furono dunque dei risparmi sulla sicurezza a spianare la strada alla catastrofe. A seguito dell’incidente, in poche settimane il Giappone spense tutte le centrali nucleari, investendo massicciamente nel rinnovabile. Facciamo in modo che in Svizzera i tempi di uscita dal nucleare non debbano essere dettati da una catastrofe, ma da una presa di coscienza collettiva dei rischi insiti in questa folle e dispendiosa tecnologia. La disastrosa situazione finanziaria in cui versano le aziende che gestiscono le centrali nucleari fa sì ch’esse operino soltanto ritocchi cosmetici per soddisfare i criteri minimi di sicurezza legale (che è ben diversa da quella reale!). Lo sa bene colui che dirige l’IFSN, che sulla base d’informazioni e perizie tecniche a noi sconosciute sta eroicamente tentando d’informare media, politici e popolazione del pericolo che stiamo correndo. L’unica vera sicurezza è che votando sì domenica prossima eviteremo il verificarsi di una catastrofe nucleare in Svizzera, sia essa di matrice incidentale o terroristica. Sinue Bernasconi, laureando in psicologia clinica Renzo Galfetti, avvocato penalista
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