Estero
24.06.2016 - 11:240
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

«L'Europa unita unica soluzione. Queste rottamazioni senza progetto non servono»

Carlo Lepori commenta il Brexit. «I populisti ora esultano ma capiranno che si risolve nulla. La Svizzera dovrà arrangiarsi da sola, con misure interne che proteggano il mercato del lavoro»

BELLINZONA - Se in Ticino pare prevalere chi esulta per la decisione della Gran Bretagna di lasciare l'UE, c'è chi si rammarica. Fra loro c'è il socialista Carlo Lepori, che si dice «deluso, sembrava prevalesse la consapevolezza, dunque questa mattina la notizia per me è stata una doccia fredda». Qual è stato secondo lei il fattore decisivo che ha fatto propendere i britannici per il Leave? «La propaganda contro i presunti svantaggi. Dicono che c'è molta manodopera dell'Est, c'è la paura dell'immigrato che conosciamo anche qui. Ma analizzando la situazione è evidente che anche col Brexit chi vorrà usare manodopera straniera continuerà a farlo, non saranno i governi conservatori a limitare il fenomeno. È tutta una montatura: il problema, se lo è sul serio, non si risolve. Si troverà, attraverso futuri trattati con l'UE, un altro modo per fare dumping, non è l'uscita dall'UE che cambierà le cose. Oltretutto i processi dureranno anni, e la Gran Bretagna vuol fare degli accordi bilaterali con l'UE come la Svizzera, si ritroverà esattamente nella nostra stessa situazione, ovvero a dover contrattare qualcosa con l'UE senza nessuna voce in capitolo. E il Regno Unito non è la Svizzera, ma una potenza che poteva far valere la propria voce». Come cambiano dunque gli equilibri in Europa? «La Gran Bretagna è sempre stata prudente, non ha voluto l'euro, non ha voluto Schengen, e si è sempre accettato di avere questa possibilità. Forse si va verso un sistema con un'UE che si pone qualche domanda e mette in moto qualche riforma, anche istituzionale, avviandosi verso una Costituzione degli Stati europei, attorniata da un gruppo di paesi con un rapporto commerciale privilegiato tramite uno spazio economico. Questo potrebbe essere uno scenario a medio termine, a lungo termine l'unica soluzione è un'Europa unita. Con la Cina che cresce e l'Africa che potrebbe cominciare a svilupparsi, l'Europa ha una buona posizione di partenza ma non deve gettarla via, per cui non c'è altra alternativa, a parte il tracollo e il passaggio a paesini di quinto ordine». L'UE deve fare qualche riflessione interna, se c'è malcontento, e non solo in Gran Bretagna, significa che qualcosa non funziona a dovere, giusto? «Il malcontento è dovuto a effetti perversi del principio della libera circolazione della manodopera, che è un principio sacrosanto. Il problema è che esso riguarda le persone che lavorano, dunque i contratti di lavoro e le situazioni del mercato dovrebbero essere quelle del paese in cui si va, evitando il dumping. Ciò non avviene per colpa dei singoli paesi, non è certo un'imposizione dell'UE. Se arriveranno al potere i populisti tutto ciò non migliorerà, perché si lascerà il potere economico in mano ai capitalisti. Il vero problema è che si deve chiarire che non si vuol continuare su una politica liberista ma che si desidera portare avanti un equilibrio sociale, è però difficile perché il potere in merito resta nei singoli paesi». Sta iniziando la fine dell'UE? «Se si vuole salvare il salvabile bisogna darsi da fare. La speranza non muore mai, no? Se si vuole portare avanti il progetto si deve riflettere sugli obiettivi e su come raggiungerli, ma l'UE ha poco potere per agire sulla politica economica degli Stati». Per la Svizzera cambia qualcosa? «Eravamo un partner interessante 20 anni fa, poi si diceva "ah c'è ancora la Svizzera, dobbiamo risolvere il problema", ora siamo passati a "la Svizzera chi è?". Adesso l'UE sarà impegnata per tre anni coi bilaterali con il Regno Unito e quelli con noi passeranno in secondo o terzo piano. Dovremo arrangiarci da soli, l'unica soluzione è, come ha detto Levrat, quella interna. Dobbiamo vivere coi bilaterali che abbiamo e mettere in moto delle misure interne a protezione del mercato del lavoro. L'appello come al solito è al potere economico, perché i populisti portano soltanto il caos. Se il mondo economico svizzero vuole un'economia basata sui rapporti con l'UE che lo dica e che protegga il mercato interno, con contratti collettivi, salari minimi garantiti, formazione. Va ottenuta una maggiore apertura del mercato del lavoro per i giovani, gli anziani e le donne svizzeri, favorendo le possibilità per loro senza ricorrere a manodopera straniera a basso costo. È una scelta difficile ma porterebbe alla pace sociale e a un'integrazione ragionevole con l'UE in attesa di ciò che succederà». Ma nel frattempo scadrebbero i termini per applicare il 9 febbraio... «L'opinione del PS è sempre stata chiara: l'articolo 121a lo possiamo realizzare non tramite contingenti che ci metterebbero contro l'UE ma con le misure interne di cui parlavo. Diminuirebbe la pressione della manodopera straniera in Svizzera, migliorerebbe la situazione dell'occupazione dei residenti e quindi non servirebbero più contingenti formali, e avremmo raggiunto un equilibrio compatibile coi bilaterali. A quel punto l'articolo sarebbe realizzato de facto o si potrebbe cambiare». Altri paesi potrebbero voler uscire dall'UE, potrebbe esserci effetto domino? «Tutti i populisti chiedono i referendum, bisognerà vedere se i Parlamenti li concederanno. Non è facile ottenerne uno, per esempio, in Francia, dove la Le Pen ha gridato un po'. Avrebbero bisogno di una maggioranza parlamentare che non hanno. Ora esultano populisti e euroscettici, fra un mese, o alla peggio fra un anno o due, capiranno che si tratta di un'operazione del "rompiamo tutto per non risolvere nulla". Le critiche possono essere giustificate ma queste rivoluzioni che distruggono senza un progetto non portano a nulla».
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