Estero
30.05.2020 - 12:160

De Niro: "Trump è un gangster, pronto a qualsiasi gioco sporco pur di restare al potere"

L'attore non le manda a dire: "È corrotto e corrompe il tessuto del nostro paese. Meriterebbe di essere malmenato e finire in galera. Anche col Coronavirus ha commesso tanti errori"

NEW YORK – Lo vorrebbe malmenare, come minimo. Se possibile anche mandare in galera perché “non merita altro”. Robert De Niro, quando parla di Donald Trump, è parecchio agguerrito. E lo ribadisce in una bombastica intervista a La Repubblica.

“È un gangster, profondamente corrotto, che corrompe il tessuto del nostro paese. Inoltre ha dimostrato di essere un inetto e ha enormi responsabilità morali: anche nella gestione della pandemia ha compiuto errori gravissimi, parlando per molto tempo di una bufala. Mi chiedo quanti morti si sarebbero potuti evitare: è arrivato a dire "se siamo bravi moriranno 100.000 persone", e nel giorno in cui si è raggiunta quella tragica cifra si è fatto fotografare mentre giocava a golf. Rappresenta un' enorme vergogna per gli Stati Uniti, e ha fatto crollare la credibilità dell' intero paese, riuscendo a far rivalutare George W. Bush”, ha detto l’attore.

E quando gli vien fatto notare che gli USA l’hanno eletto: “abbiamo un sistema elettorale folle e antiquato: Hillary Clinton avrà pure commesso molti errori, ma nel conteggio del voto popolare ha ottenuto tre milioni di voti in più, la maggioranza degli americani non è con Trump. Mi rifiuto però di continuare a lamentarmi su quel risultato infausto: ora bisogna fare di tutto per vincere le prossime elezioni e gli ultimi sondaggi sono incoraggianti. Tuttavia, da gangster quale è, Trump farà qualunque gioco sporco pur di rimanere al potere: ci aspettano mesi difficili, ma speriamo di festeggiare anche noi la liberazione”.

Non si ferma qui, De Niro. “Mi è capitato di leggere un articolo a firma di Roxana Robinson, il cui titolo era "Trump e la cultura criminale". È un' analisi di come questo vergognoso presidente abbia in tutto e per tutto un linguaggio e una "cultura" criminale. C' è l' analisi del suo rapporto con il suo mentore Roy Cohn, avvocato di molti gangster. E poi il modo in cui costringeva Comey (poi licenziato perché disposto a giurare onestà ma non fedeltà, ndr), allora direttore dell' FBI, ad inchinarsi ogni volta che parlava con lui, come atto di sottomissione. Per non parlare dell' incontro con Vladimir Putin a Helsinki, dove, ignorando ogni protocollo, ha chiesto che non fosse presente nessuno tranne il traduttore e poi ha preteso di controllare personalmente le sue note prima che fossero date alla stampa: la prima regola dei gangster è quella di non avere testimoni e occultare le prove”.

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