POLITICA
Addio a Umberto Bossi, il capopopolo ribelle che amava il Ticino: "Ho avuto tre amici, uno era il Nano"
Il legame più evidente fu quello con Giuliano Bignasca, figura altrettanto fuori dagli schemi, con cui condivise un’impostazione politica fondata sulla critica alle élite

Con la morte di Umberto Bossi - spentosi a Varese all'età di 84 anni dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale - si chiude una stagione della politica italiana che ha saputo travalicare i confini nazionali e parlare, in modo diretto e spesso dirompente, anche a una parte dell’elettorato ticinese. Figura controversa, carismatica, spesso sopra le righe, autore del "celodurismo", Bossi è stato molto più di un leader di partito: è stato un interprete di un sentimento identitario e territoriale che, negli anni Novanta, ha trovato eco anche in Ticino.

Fondatore della Lega Nord, Bossi costruì il suo successo su un linguaggio semplice, ruvido, volutamente anti-istituzionale. Il suo Nord – prima evocato come “Padania”, poi progressivamente ricondotto a una visione più pragmatica e meno secessionista – era insieme progetto politico e mito mobilitante. Ma quel linguaggio, quella narrazione, non si fermarono al confine.

In Ticino, infatti, Bossi trovò interlocutori attenti. Il legame più evidente fu quello con Giuliano Bignasca, figura altrettanto fuori dagli schemi, con cui condivise un’impostazione politica fondata sulla critica alle élite, alla burocrazia e a un certo modo di fare politica percepito come distante dalla gente.

Tra i due nacque una sintonia culturale: quella di due movimenti nati “contro” – contro il centralismo, contro i privilegi, contro un sistema ritenuto autoreferenziale. Non è un caso che Bossi abbia più volte guardato con interesse all’esperienza della Lega dei Ticinesi, riconoscendone la capacità di intercettare un malessere diffuso.

Il rapporto si manifestò anche in momenti simbolici. Dopo la morte di Bignasca, nel 2013, Bossi fu tra coloro che vollero essere al suo funerale: la sua presenza fu letta come il segno di un legame personale e politico che andava oltre la contingenza. Era il riconoscimento reciproco tra due leader che, pur in contesti diversi, avevano saputo parlare lo stesso linguaggio.

Bossi, del resto, conosceva bene il Ticino. Non solo per ragioni politiche, ma anche per una vicinanza geografica e culturale che rendeva naturale il dialogo. Le sue apparizioni nel cantone – tra cui incontri e iniziative pubbliche a Locarno – contribuivano a rafforzare l’idea di una continuità tra le istanze leghiste italiane e certe sensibilità ticinesi, in particolare sui temi del lavoro, della pressione frontaliera e dell’identità territoriale.

Il suo stile restava però unico, difficilmente esportabile in modo diretto. Bossi era capace di alternare slogan incendiari a momenti di sorprendente lucidità politica. Dietro la figura del tribuno c’era un uomo che aveva intuito, prima di molti altri, la crisi dei partiti tradizionali e la forza dei movimenti identitari.

Anche dopo il progressivo ridimensionamento del suo ruolo, a seguito dei problemi di salute e delle vicende giudiziarie che colpirono la Lega Nord, la sua ombra ha continuato a pesare sulla politica italiana. E, in misura più discreta ma non irrilevante, anche su quella ticinese.

Ricordare Bossi oggi significa fare i conti con una figura divisiva, capace di suscitare entusiasmo e rigetto con la stessa intensità. Ma significa anche riconoscere che, per un lungo periodo, il suo modo di fare politica ha inciso profondamente nel dibattito pubblico, contribuendo a ridefinire il rapporto tra centro e periferia, tra istituzioni e territorio.

E forse è proprio in questo che si coglie il tratto più duraturo del “Senatùr”: aver trasformato un’istanza locale in un fenomeno politico capace di attraversare confini, parlare a realtà diverse – e lasciare tracce anche in un piccolo cantone come il Ticino.
 
 
 

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