Il co-presidente del PS rompe il silenzio dopo l’infrazione che gli è costata la patente e la candidatura al Governo: “Ho commesso un errore grave, ma non intacca il mio impegno pubblico"

Sono passati alcuni mesi dall’episodio di Wassen, il co-presidente del Partito socialista Fabrizio Sirica venne "pizzicato" in moto a 104 chilometri orari su un tratto con limite di 50, episodio che gli costò la patente e lo portò a rinunciare alla candidatura per il Consiglio di Stato. Dopo un periodo di silenzio, Sirica torna ora a parlare in una lunga intervista concessa a Gianni Righinetti per La domenica del Corriere, nella quale ripercorre quella vicenda, spiega perché ha deciso di continuare a guidare il partito e a sedere in Gran Consiglio e affronta i temi più attuali della politica cantonale.
Sirica non cerca di ridimensionare quanto accaduto. Lo definisce “un errore grave” e ribadisce di assumersene la responsabilità. Ma traccia una linea netta tra quell’episodio della sua vita privata e la sua attività politica: “Quanto commesso è un reato ma non riguarda il mio modo di fare politica né l’onorabilità della carica”. La rinuncia alla candidatura al Consiglio di Stato, racconta, fu immediata: “Vista questa situazione, vi tolgo io dall’imbarazzo di un’eventuale candidatura e quindi non sono a disposizione”. Diversa, invece, la valutazione sulla copresidenza del PS e sul mandato di deputato, che ha deciso di mantenere: "Continuo con più motivazione”.
Nell’intervista Sirica torna anche sulla decisione di rendere pubblica personalmente l’infrazione. Spiega di essere stato convocato dalla polizia circa un mese dopo i fatti e di avere atteso la conclusione della prima fase della vicenda Zali prima di comunicarla, per evitare di sembrare reticente. La scelta dei social fu deliberata: voleva trasmettere direttamente “imbarazzo e frustrazione” per un errore che aveva riconosciuto. Più difficile è stato il silenzio delle settimane successive, mentre dentro e fuori dal PS si discuteva della sua posizione. Sirica racconta di essersi preso il tempo necessario per valutare le critiche e capire quale fosse la scelta migliore per il partito e per la politica che intende continuare a fare. Nel frattempo, sottolinea, non ha smesso di lavorare: sarà relatore di tre rapporti in Gran Consiglio e nel partito ha portato avanti l’iniziativa per aumentare gli assegni familiari.
Uno dei passaggi più delicati riguarda proprio le conseguenze interne al PS. Dopo l’episodio alcuni esponenti socialisti lo avevano criticato duramente, mentre oltre cento iscritti e simpatizzanti avevano sottoscritto una lettera di sostegno. Sirica respinge però l’immagine di un partito spaccato: “La base mi ha sostenuto”. E afferma che, dopo aver parlato con molte persone, chi chiedeva le sue dimissioni all’interno del partito si contasse “sulle dita di meno di due mani”. Il criterio che dice di applicare a se stesso è lo stesso utilizzato in passato nei confronti di altri politici: l’onorabilità della carica. Se un comportamento compromette la fiducia nelle istituzioni, manca la trasparenza o viene utilizzato il ruolo per ottenere vantaggi, spiega, allora possono esserci conseguenze politiche. Ritiene che nel suo caso questo limite non sia stato superato.
Ma dall’intervista emerge anche una riflessione più ampia sull’identità della sinistra. Sollecitato sulla compatibilità della sua passione per la moto con l’alleanza progressista con Verdi e MpS, Sirica prende nettamente le distanze da un certo modo di intendere la politica: “Vengo da una sinistra operaia e popolare, non da una sinistra moralista che pretende coerenza assoluta da ogni gesto individuale”. Per il co-presidente socialista, i cambiamenti devono essere soprattutto collettivi e non possono trasformarsi nella colpevolizzazione delle scelte personali. “Non possiamo chiedere ai cittadini di salvare il mondo con ogni singola scelta. Non possiamo colpevolizzare chi il sabato vuole andare in moto: è un diritto, viva la libertà”. E sintetizza così la propria priorità politica: “La mia linea è sempre stata: prima di tutto la fine del mese”.
Sirica affronta anche la corsa al Consiglio di Stato e difende con decisione Marina Carobbio, respingendo l’idea che la propria candidatura dovesse essere letta come una sfida all’uscente socialista: “Sostengo con convinzione la nostra uscente, Marina Carobbio”. E sulla possibilità che Carobbio rischi il seggio osserva che a ogni elezione tutti rischiano, ma ne sottolinea esperienza, coerenza e credibilità: “Come socialisti la sosterremo con forza”.
C’è poi il tema degli alti compensi nei consigli d’amministrazione di AIL e Casinò, emerso dalle recenti rivelazioni del Gruppo Corriere del Ticino. Sirica punta soprattutto sulla mancanza di trasparenza: “Con i soldi pubblici bisogna sapere quanto una persona riceve e quale lavoro svolge”. Non contesta dunque a priori l’entità di un compenso, ma chiede che siano chiari il lavoro, il tempo e le responsabilità che lo giustificano. E si dice favorevole anche a una riforma del sistema delle nomine nelle partecipate: la ponderazione politica può rimanere, sostiene, ma il primo criterio deve essere la competenza, attraverso selezioni chiare e concorsi.
Quanto alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Hospita-Lega, Sirica nega che sia stata costituita con finalità elettorali. Dice di aver partecipato alla fase iniziale dei lavori proprio per verificare se una CPI potesse portare maggiore trasparenza e nuovi elementi e che la risposta fu positiva, perché rimanevano “troppe zone d’ombra” che il Parlamento non avrebbe potuto chiarire con gli strumenti ordinari. Si complimenta inoltre con Natalia Ferrara e con gli altri membri della commissione per essere riusciti a lavorare senza fughe di notizie.
Guardando all’arrivo di Piero Marchesi in Governo, Sirica auspica un Esecutivo “con una visione sui dossier e più coraggio nel prendere posizioni chiare” e augura al futuro consigliere di Stato di contribuire a questo approccio, “non di alimentare la polarizzazione”. Sulla redistribuzione dei Dipartimenti ritiene invece che, in questa fase, sarebbe preferibile cambiare il meno possibile, lasciando al prossimo Governo una riflessione più profonda sull’organizzazione dell’Esecutivo.
Sul caso Zali non vuole aggiungere altro al “fiume di parole, spesso fondato sul sospetto e senza prove” e rivendica di avere sempre basato le proprie posizioni “su documenti e fatti”. Sirica critica anche le insinuazioni rivolte in Parlamento a Marina Carobbio, in particolare l’affermazione secondo cui “doveva sapere in quanto donna”: “O si portano elementi oppure non si lanciano insinuazioni. Colpevolizzare una collega senza prove non aiuta il dibattito”.
E alla fine torna inevitabilmente al punto di partenza. Alla domanda di Righinetti se si senta tornato sulla scena politica, Sirica risponde giocando proprio sull’episodio che lo aveva costretto a fermarsi: “Sono tornato, un po’ più piano: ho tolto il piede dall’acceleratore, anche simbolicamente”. Una vicenda che, dice, gli è servita anche per interrogarsi sul ritmo con cui stava facendo politica: “Gli errori servono se permettono di crescere: mi sento maturato e ho ancora più voglia di fare politica sui temi che migliorano la fine del mese”.