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Ultimo aggiornamento: 17.10.2019 21:41
Politica
31.08.2015 - 17:000
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Il "docente apprendista", «vorrei un DFA meno teorico. Gli allievi cercano ascolto ma se ti intrometti si chiudono»

Un giovane al suo primo anno di insegnamento racconta le sue aspirazioni e i suoi timori. «Voglio collegare la mia materia a temi che siano vicini agli interessi dei ragazzi. La scuola ora ha un ruolo educativo più spiccato».

LODRINO - Insieme a tanti ragazzi che iniziano la loro nuova avventura scolastica, ci sono anche alcuni docenti che iniziano la loro vita dietro la cattedra. Quali sogni e quali motivazioni spingono le nuove generazioni di professori, che erano allievi sino a una decina di anni fa ed ora portano avanti i nuovi concetti di scuola? Lo abbiamo chiesto ad uno di loro, 26enne e studente al secondo anno del DFA, che da oggi insegnerà per alcune ore in due classi. Con che aspettative e che timori ti appresti a cominciare il tuo primo anno scolastico? «Mi auguro di integrarmi nella sede e con i colleghi, e di imparare come funziona questo mestiere in generale, per quanto concerne gli aspetti anche burocratici e amministrativi. Ovviamente non avendo esperienza c'è il timore di non riuscire a instaurare una gestione ottimale soprattutto nelle relazioni. Il rapporto con gli allievi a mio avviso è infatti un punto importante, senza un buon clima puoi avere un'ottima preparazione ma non funzionerà mai nulla a dovere. E temo di non partire nel migliore dei modi, perché poi non avrei nessuno strumento per correggere il tiro». Com'è stata la tua esperienza al Dipartimento Formazione e apprendimento, ovvero la scuola per insegnanti di Locarno? Spesso docenti e ex allievi non hanno una buona opinione, credi che ti abbiano dato gli strumenti necessari per rispondere ai bisogni dei ragazzi? «La formazione e la pratica professionale per me sono state fondamentali, il primo tassello per imparare a insegnare, con un docente che ti segue durante il primo anno. Per quanto concerne le lezioni a scuola, dipende: alcuni corsi teorici lasciavano troppo à coté gli aspetti concreti, sarebbero serviti concetti più pratici». Quali sono secondo il DFA le sfide didattiche attuali? «Per me, conoscere il mondo degli adolescente. Si dice che se non si hanno figli è più difficile. Un punto importante sarà riuscire ad agganciare gli argomenti trattati in classe ai loro interessi, in modo da offrire anche degli spunti di riflessione che possano essere utili per i ragazzi». I ragazzi e la scuola sono diversi da quando eri allievo tu? «Per quanto riguarda le medie, forse si dovrebbe chiedere a chi insegna già da una decina di anni almeno. Durante la pratica non mi è sembrato, anzi ho trovato gli allievi meno strafottenti e trasgressivi, maggiormente con la testa sulle spalle di come erano molti miei coetanei. Si parla sempre di più di dislessia e iperattività, c'è stata un'esplosione di casi, e aumentano le famiglie problematiche, dentro le quali soprattutto chi avrebbe bisogno di essere seguito non riceve il supporto necessario. Le statistiche dicono che c'è una differenziazione nei risultati secondo il criterio socioeconomico». Il ruolo del docente è mutato invece nel tempo? «Se paragonato al professore di 50 anni fa, senza dubbio. Quella scuola portava con sé il concetto del docente che insegna e basta, mette a disposizione il proprio sapere e dà le valutazioni. Ora c'è un ruolo più educativo, e qui mi riallaccio al discorso di prima di portare delle riflessioni utili per i ragazzi. Le note esistono, ma non servono per punire o bacchettare, loro devono capire attraverso un percorso io do loro gli strumenti per portarli a un risultato, poi li valuto perché ritengo siano in grado di fare ciò che chiedo». Come giovane, ti vedi come un punto di riferimento per gli adolescenti? «Se insegnassi al liceo, forse sì, ma alle medie per i ragazzi sei già una persona più vecchia. È possibile essere preso come riferimento, ma non solo per l'età: anzi, magari qualcuno di più anziano viene visto come un genitore. Si deve ascoltare i ragazzi ma intervenire è complicato, anche se lo vorresti fare ti devi appoggiare ad altre persone, come il direttore della scuola. Non puoi prenderti a cuore il caso di un allievo, neppure dal punto di vista legale. I ragazzi però spesso cercano attenzione, anche scrivendo cose forti nei temi perché sanno di essere letti, ma poi se ti intrometti si bloccano». Concordi col fatto che si pretenda sempre di più da questi adolescenti? E se sì, da parte di chi? «La società in generale vuole di più. I genitori sono più esigenti verso i figli, in certi casi se non ci sono i risultati sperati spingono affinché ci arrivino. È normale nelle famiglie che si interessano ai ragazzi, anche se sovente sono più gli adulti a vivere male un'insufficienza. Se una volta si portava a casa un brutto voto e si veniva puniti, ora capita che pur di difendere i propri figli se la prendono col docente, non accettano che i ragazzi abbiano dei limiti. Non accade spesso, però qualche caso c'è».
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