Politica
04.08.2016 - 19:280
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

«Dove va a finire il diritto allo studio? E la disoccupazione giovanile è salita al 17%!»

Zeno Casella del SISA spiega come mai agli studenti non piace la bocciatura unica al liceo. «Vengono sfavoriti coloro che hanno meno mezzi economici. Va riformata anche la formazione professionale»

BELLINZONA - Una sola bocciatura al liceo, affinché non venga più considerato un "parcheggio"? Una regola che entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico e che non piace al Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). Zeno Casella ci spiega perché. In questo modo, ritenete che il liceo diventi una scuola troppo selettiva? «Il liceo è già oggi una scuola che esercita una fortissima selezione sugli studenti (basti pensare al tasso medio di bocciature del primo anno, che supera il 30%!), che in buona parte avviene sulla base della loro origine sociale (secondo il DFA di Locarno, il tasso di bocciatura degli allievi poveri è pari al 23%, mentre per gli allievi ricchi si attesta al 13%). L'introduzione di questo limite alle bocciature avrà l'unico effetto di accentuare questa dinamica: se già oggi gli studenti che bocciano di più sono quelli provenienti dalle classi sociali più basse, è evidente che quelli che rimarranno esclusi dal liceo apparterranno prevalentemente a queste fasce sociali. E il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, dove va a finire?» Quale sarebbe il modello di liceo adatto secondo voi? «Questo modello non risolve assolutamente nulla, ha il solo obiettivo di rendere il liceo più elitario tagliando fuori gli studenti più svantaggiati. A nostro modo di vedere occorre invece lavorare sulle cause del problema dell'esplosione delle bocciature al liceo: bisogna garantire che in tutte le scuole superiori (così come nelle scuole medie) vengano forniti i servizi necessari a colmare il divario educativo degli allievi più poveri, con lezioni di recupero di assistenza allo studio, docenti di sostegno eccetera. Inoltre è necessario migliorare la transizione tra la scuola media e il liceo, aiutando gli studenti a sviluppare il metodo di studio, a capire come organizzare il proprio tempo, chiarendo quali sono i criteri di valutazione e per la promozione. Paradossalmente, il CIRSE di Locarno ha realizzato due anni fa uno studio per il DECS proprio su questo tema: le conclusioni ricalcano le nostre, ma a Bellinzona si preferisce chiudere orecchie e occhi davanti all'evidenza...» Secondo lei, si chiede troppo agli studenti, che studiano spesso per anni e non sempre trovano un posto di lavoro? «Il problema non è che si chiede troppo agli studenti, il problema è che non si danno a tutti gli stessi strumenti per poter rispondere alle esigenze della scuola: oggi chi si può permettere lezioni private, chi ha dei genitori che hanno studiato e li possono aiutare nello studio, chi ha accesso a una maggior offerta cultura è oggettivamente avvantaggiato rispetto a chi non ha queste possibilità (ottenendo peraltro maggiori garanzie di trovare un'occupazione dignitosa al termine della propria formazione). La scuola (e lo Stato) a questo punto dovrebbe subentrare e sostenere quelle famiglie che non hanno risorse per garantire un background culturale di questo tipo. D'altra parte, il padronato non aiuta certo i giovani nel trovare un'occupazione al termine della propria formazione. Si richiedono sempre esperienza, flessibilità, disponibilità ad accettare salari nettamente insufficienti. Nella maggior parte dei casi, non si entra nemmeno nel merito di un'assunzione. Il risultato? Secondo il DFE, solo tra il 2014 e il 2015, il tasso di disoccupazione giovanile è salita al 17%!» Che ruolo dovrebbe avere il liceo? Qualcuno l'ha definito un "parcheggio"... «Il liceo, com'è oggi, è (purtroppo) l'unica scuola superiore che fornisce un'istruzione generale con un forte accento sull'aspetto culturale: la storia, la filosofia, la geografia, che ricoprono solo una minima parte invece nel programma della formazione professionale. Questi campi del sapere sono tuttavia quelli che permettono agli studenti di sviluppare un senso critico di sé e della realtà in cui vivono, emancipandosi culturalmente e divenendo coscienti della propria posizione all'interno della struttura sociale (coltivando anche la volontà di organizzarsi per influenzare tale posizione) In quanto tale, il liceo va difeso e occorre permettere a quante più persone possibile di accedervi. D'altra parte è però necessario rivalutare radicalmente la formazione professionale, trattando gli apprendisti non come poveri "gnücc" che non possono capire temi di un certo tipo, ma come lavoratori e cittadini che devono avere il diritto di partecipare in modo cosciente e attivo alla vita sociale e civile del nostro Cantone».
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